“Storie di Fantasmi” di Siri Hustvedt: l’amore oltre l’assenza
Ci sono libri davanti ai quali anche la critica dovrebbe ricordarsi di procedere con una certa cautela. Non perché il dolore renda un’opera intoccabile – Storie di fantasmi è pur sempre un libro d’autore, pubblicato, venduto e destinato a essere letto e valutato come qualsiasi altra opera – ma perché quando al centro della pagina c’è un lutto reale, prima ancora della letteratura esiste l’esperienza di chi quel dolore lo ha vissuto.
Pubblicato in Italia da Einaudi, Storie di fantasmi di Siri Hustvedt nasce dalla morte di Paul Auster, scomparso il 30 aprile 2024 e dal vuoto lasciato dopo quarantatré anni di vita condivisa. Sarebbe però riduttivo presentare Hustvedt semplicemente come “la moglie di Paul Auster”. Scrittrice, saggista e intellettuale di straordinaria cultura, Hustvedt aveva costruito molto prima di questo memoir un percorso letterario e di pensiero completamente autonomo, capace di muoversi tra narrativa, arte, filosofia, neuroscienze e riflessione sull’identità.
TRAMA: Pochi giorni dopo la morte di Paul Auster nella loro casa di Brooklyn, Siri Hustvedt comincia a scrivere. Lo fa per attraversare un’assenza che continua a manifestarsi come presenza. Ricordi, pagine di diario, lettere, e-mail, frammenti della loro quotidianità e riflessioni sul funzionamento della memoria si intrecciano nel tentativo di ricostruire non soltanto gli ultimi mesi della malattia, ma quarantatré anni di vita insieme.

Farò tutto il possibile per essere alla tua altezza e rendermi degno del tuo amore. Buon Natale, tesoro.
È proprio la memoria a determinare la forma di Storie di fantasmi. Hustvedt costruisce il memoir attraverso capitoli che procedono per associazioni, seguendo un movimento frammentario in cui passato e presente finiscono per sovrapporsi. Si torna così al loro incontro quasi casuale a New York, quando entrambi erano ancora lontani dall’essere gli scrittori che sarebbero diventati, per attraversare poi il divorzio di Auster dalla prima moglie, la costruzione di una nuova famiglia, la nascita e la crescita dei figli, i successi letterari di entrambi e una quotidianità nella quale vita e scrittura sembrano alimentarsi a vicenda.
Non manca nulla di ciò che rende reale un rapporto durato più di quarant’anni: le crisi, le incomprensioni, gli amici, le discussioni, la politica, le paure e quella dimensione intellettuale che per Hustvedt e Auster non è mai stata separata dalla vita privata. Due personalità autonome, due scrittori diversi, eppure due anime capaci fin dall’inizio di completarsi, stimolarsi e arricchirsi reciprocamente.
Ma ogni ricordo sembra inevitabilmente ricondurre al punto dal quale il libro ha avuto origine: la malattia di Auster. Quella che la coppia aveva ribattezzato “Città del Cancro” diventa il luogo fisico e mentale dell’ultima parte della loro storia insieme. Nel memoir trovano spazio anche le e-mail con cui Hustvedt aggiornava amici e persone care sulle condizioni del marito: testimonianze che interrompono il flusso dei ricordi e riportano brutalmente il racconto alla concretezza della malattia.
Storie di fantasmi parla di ciò che accade dopo, quando una persona scompare ma continua paradossalmente a occupare uno spazio nella vita di chi resta. Il fantasma di Auster non appartiene al soprannaturale: vive nelle abitudini e soprattutto nella memoria di Hustvedt.
A rendere ancora più particolare questa costruzione ci sono poi le Lettere a Miles, gli ultimi scritti di Paul Auster, che Hustvedt sceglie di non relegare a una semplice appendice, ma di disseminare all’interno del memoir. Negli ultimi mesi della sua vita Auster aveva infatti cominciato a lavorare a quello che immaginava come un piccolo libro, Letters to Miles, rivolto al nipotino Miles, nato il 1° gennaio 2024 e che lo scrittore ebbe quindi il tempo di conoscere soltanto nei suoi primissimi mesi di vita. Il progetto avrebbe dovuto raggiungere le cento o duecento pagine; la malattia gli permise di completarne appena trentacinque, articolate in sette lettere.
Auster scrive però a un Miles del futuro, a quel ragazzo e poi uomo che non avrebbe mai potuto conoscere. Attraverso quelle pagine cerca di consegnargli qualcosa che possa sopravvivere alla propria assenza: racconta la famiglia da cui proviene, le sue origini, l’America e frammenti di una vita che il nipote non avrebbe mai potuto ascoltare direttamente dalla sua voce. Il progetto autonomo che Auster immaginava non ha mai potuto vedere la luce nella forma desiderata. È Hustvedt a salvarne ciò che resta, scegliendo però un gesto narrativamente molto più interessante della semplice pubblicazione postuma: fa entrare la voce di Paul dentro la propria.
Storie di fantasmi trova qui una delle sue intuizioni più commoventi. Paul Auster è morto, eppure nel libro continua a prendere la parola. Non risponde alla moglie, perché quelle lettere appartengono a Miles, ma la loro presenza produce l’illusione di una conversazione che la morte ha interrotto nella realtà e che la letteratura riesce, almeno per qualche pagina, a riaprire.
Perché forse elaborare un lutto non significa davvero liberarsi dei propri fantasmi: significa imparare a riconoscerli nei ricordi, nelle parole e nelle persone che restano, accettando che alcune assenze siano semplicemente un altro modo di continuare a essere presenti.
