“Santa Barbara”: Nicola Lagioia e l’Italia sospesa tra miseria e riscatto
Con “Santa Barbara”, pubblicato da Einaudi, Nicola Lagioia torna alla narrativa dopo il grande successo de La città dei vivi, il romanzo che con la ricostruzione di un terribile fatto di cronaca aveva esplorato le contraddizioni della società, i suoi abissi e le zone più oscure dell’essere umano.
Un ritorno ambizioso, che questa volta sceglie di allargare lo sguardo, attraversando generazioni, trasformazioni sociali e un’Italia in continuo cambiamento.
TRAMA – Ambientato a Capurso, in Puglia, “Santa Barbara” attraversa diversi decenni del Novecento seguendo le vicende di due famiglie, destinate a intrecciare i propri destini. Tutto ha inizio con Nunzia Battista, una giovane donna cresciuta nella povertà che sogna una vita diversa, lontana dalla miseria. Tra la guerra, la ricostruzione e il boom economico, le aspirazioni dei protagonisti si scontrano con una realtà fatta di sacrifici, ambizioni, amori e tradimenti. A vegliare sulle loro esistenze c’è Santa Barbara, una figura sospesa tra devozione popolare e superstizione, alla quale gli abitanti affidano speranze, desideri e persino vendette.

Fatichiamo a diventare un popolo
Nicola Lagioia ha sempre dimostrato una particolare capacità di raccontare il reale, portando alla luce ciò che spesso rimane nascosto sotto la superficie. Lo aveva fatto con “La città dei vivi“, trasformando un fatto di cronaca in un’indagine sulla natura umana, e torna a farlo con “Santa Barbara“, scegliendo però una strada diversa. Se nel romanzo precedente era la realtà documentata a diventare materia letteraria, qui è la finzione ad assumere una consistenza così concreta da sembrare una storia realmente accaduta.
“Santa Barbara” è un romanzo neorealista, capace di restituire la vita quotidiana di un’Italia che cambia attraverso i suoi abitanti, le loro abitudini, le difficoltà economiche e le differenze sociali. Lagioia non si limita a ricostruire un periodo storico, ma sembra volerlo vivere, dando spazio a un mondo contadino fatto di tradizioni, superstizioni, legami familiari e desideri spesso destinati a scontrarsi con la durezza della realtà; un universo nel quale la povertà non è soltanto una condizione economica, ma qualcosa che determina il modo di pensare e persino di immaginare il futuro.
Per dimensioni e ambizioni, il romanzo richiama le grandi epopee familiari della letteratura italiana, in particolare “I Viceré” di Federico De Roberto. Come nel romanzo ottocentesco, anche qui la famiglia diventa lo strumento attraverso cui osservare un’intera società, i suoi rapporti di potere e le trasformazioni che attraversano le generazioni.
Lagioia, tuttavia, parte dal basso, da un mondo rurale nel quale il riscatto sociale sembra inizialmente un miraggio, per accompagnare i personaggi verso la conquista del benessere. Una scalata che non coincide con la felicità e che, anzi, finisce spesso per portare alla luce nuove forme di egoismo.
È interessante soprattutto il modo in cui questa evoluzione si riflette nella scrittura. Il linguaggio si trasforma insieme ai protagonisti: inizialmente più vicino alla dimensione contadina, alle tradizioni orali e a una quotidianità scandita dalla fatica, diventa col passare delle pagine e quindi degli anni, più articolato, seguendo l’allargarsi degli orizzonti sociali e culturali.
Sullo sfondo si muove un’Italia attraversata dal fascismo, dalla guerra, dalle difficoltà del dopoguerra e infine dalla promessa di prosperità del boom economico. Un periodo storico nel quale, nonostante le enormi difficoltà, il sogno di cambiare la propria condizione sembrava ancora possibile. Lagioia racconta questa tensione continua tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe diventare, mostrando come il desiderio di emancipazione possa trasformarsi in una forza capace tanto di costruire quanto di distruggere.
Ne nasce un autentico romanzo-mondo, popolato da una moltitudine di personaggi, vicende, incontri e situazioni che si intrecciano senza mai perdere di vista il racconto collettivo. Ed è proprio questa coralità a rappresentare uno degli aspetti più affascinanti del libro: la sensazione di trovarsi davanti non soltanto alla storia di due famiglie, ma a quella di un intero paese, con le sue voci e i suoi segreti.
E se la ricostruzione storica e sociale restituisce al romanzo una forte impronta realista, la presenza del sacro, delle credenze popolari e di una dimensione quasi soprannaturale ne arricchisce ulteriormente il racconto. Santa Barbara diventa il simbolo di un mondo nel quale fede, paura e desiderio convivono, ricordando quanto anche ciò che appare irrazionale possa influenzare concretamente le scelte degli esseri umani.
Una storia in parte inventata, eppure talmente ricca di vita da lasciare spesso la sensazione che tutti quei personaggi siano esistiti davvero, che quelle vicende siano state tramandate di generazione in generazione e che lo scrittore si sia limitato a raccoglierle per restituirle sulla pagina.
