“I miei genitori non hanno figli” di Marco Marsullo: famiglia vuol dire compromesso

Dopo aver letto “L’anno in cui imparai a leggere” ho deciso di recuperare uno dei romanzi precedenti di Marco Marsullo – strettamente legato all’ultimo – ovvero “I miei genitori non hanno figli” (Einaudi).

TRAMA – Dicono che fare il genitore sia il mestiere piú difficile, ma nessuno ricorda mai che fare il figlio non è proprio una passeggiata. Soprattutto quando hai diciott’anni e i tuoi genitori pretendono tu sappia già scegliere cos’è meglio per la tua vita, anche se la loro non sembra esattamente quella che avevano immaginato. E allora li osservi muoversi in quel microcosmo fatto di amicizie che possono tornare utili, di colleghi che hanno solo figli geniali, al contrario di te, di solitarie battute di caccia in Lettonia e turn over di fidanzati, e quasi ti arrendi all’idea che sarai proprio tu il loro ennesimo fallimento.

Da qualche tempo penso che quello che conta è provare a rimediare agli errori di fabbricazione tra genitori e figli. Metterci impegno. Però è difficile combattere contro chi avrebbe dovuto darti le armi e invece si è stretto nelle spalle e ha detto che eravate pari così.

Ah, la famiglia. Un insieme così complesso e articolato che ha fatto da sfondo a centinaia di romanzi e che per alcuni autori è una fonte inesauribile di storie. Come per Marco Marsullo che, durante una sua presentazione, ha ammesso di essere “ossessionato” dalla famiglia, che ama raccontare nei suoi romanzi.

E di famiglia si parla, ovviamente, anche in “I miei genitori non hanno figli“, dove un ragazzo di 19 anni narra alcuni episodi della sua vita, durante un intero anno,  in compagnia di genitori separati.

Alcune situazioni sono volutamente spinte ai limiti dell’assurdo per evidenziare storture quotidiane e non mancano dei picchi di ironia esilarante. Ma Marsullo è tanto bravo nel farci ridere quanto nel riportarci con i piedi per terra utilizzando solo un paio di frasi. Gli basta davvero poco per stordirci e per commuoverci.

Entrare in empatia con il protagonista di questa storia, di cui non conosciamo nemmeno il nome, non sarà difficile. Chi non è stato un adolescente pieno di dubbi? Ma in mezzo alla sua confusione emotiva, saranno chiare le fragilità dei suoi genitori, le sue, e l’evolversi del rapporto con entrambi.

Sarà molto bello come il nostro protagonista, lungo tutto il romanzo, troverà dei punti di contatto, delle chiavi di comprensione, facendo il primo passo, oppure rimanendo in silenzio, per capire quale sia il modo migliore per rapportarsi a suo padre e a sua madre. Quali siano le mosse corrette, quali le parole giuste da dire.

Le intenzioni dei genitori sarebbero favolose, se non fossero le loro. Alla fine sono esseri umani come noi; dev’essere spiazzante smettere di esistere solo come essere umano e diventare a un certo punto genitore. Per questo fanno errori che agli essere umani comuni, di norma, vengono perdonati, e a loro no. Perché, qualsiasi cosa ti succeda dal giorno in cui sei nato, bella o brutta, è soltanto a causa loro.

Alla fine, la famiglia è un compromesso. Bisogna adattarsi “l’uno alla forma sbagliata dell’altro per non sparire del tutto”, o aggiungo io, per sopravvivere. Ho amato molto le ultime pagine di “I miei genitori non hanno figli” e non sono mancati i momenti davvero emozionanti.

Ma, sarò sincera, non ho pianto come con “L’anno in cui imparai a leggere” che mi ha davvero spezzato il cuore.

Marco Marsullo è un giovane autore di talento che vi invito a scoprire se ancora non lo conoscete, perché dentro i suoi romanzi c’è sempre qualcosa da portarsi dietro. E dei personaggi di cui avrete gran desiderio di prendervi cura.  

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