“Satelliti” di Emanuele Bosso: è esploso dentro di me
“Satelliti” è il primo romanzo di Emanuele Bosso (Mondadori). Ho avuto la fortuna di sentirne parlare, di vederlo negli occhi dell’autore prima ancora che su carta, e trovarlo in libreria è stata una gioia enorme. Sapevo che mi avrebbe commossa, prima ancora di leggerlo. Quando l’ho iniziato, ho capito che avrei pianto. E così è stato.
TRAMA – I satelliti sono corpi celesti che si attraggono in orbite parallele senza mai collidere. Così sono Filippo e Tommaso fin dal primo giorno della loro amicizia: legati da una forza invincibile, che li spinge a cercarsi e a respingersi, in un moto inesauribile. Il centro attorno a cui gravitano è Fassiano, un borgo ai piedi delle montagne che sembra isolato dal mondo. È il 1985, e Filippo si è appena trasferito lì con sua madre, dopo che il padre li ha abbandonati. Abitano a casa di nonna Sandra, che riapre loro la porta dopo anni di silenzi e rancori. Tommaso, invece, a Fassiano è nato e cresciuto: i vicoli del paese e i boschi che lo circondano sono tutto ciò che conosce. Filippo si sente subito chiamato da lui, e presto capisce che dietro quella diffidenza da animale selvatico Tommaso nasconde una storia difficile: non ha mai conosciuto sua madre e vive con un padre che quando beve perde il controllo e sfoga la sua rabbia su di lui. Appena possono, i due ragazzi si rifugiano nel loro luogo segreto, una stanza sul retro della casa di nonna Sandra. Sperimentano un’attrazione primitiva e catalizzante, a cui tuttavia non sanno dare un nome. Un passo più indietro, appena fuori dalla loro orbita, c’è Rebecca, figlia del proprietario dell’unico bar di Fassiano. Quando Filippo parte per il servizio militare, è proprio lei a colmare lo spazio rimasto vuoto nella vita di Tommaso. Tutto precipita in una notte d’inverno, in cui la neve cade così fitta da cancellare ogni cosa. Quella notte scaraventerà Filippo lontano da Fassiano e da Tommaso, devierà la sua traiettoria per molti anni; ma forse non per sempre.

E, per quanto ci provassi, non riuscivo a capirlo. Era inafferrabile.
E questo mi costringeva a seguirlo, a non perderlo mai di vista.
Prima ancora di iniziare il romanzo, sapevo che avrei trovato nelle pagine di “Satelliti” solo parole scelte con cura. Sapevo già che Emanuele Bosso non avrebbe lasciato nulla al caso, o senza un peso specifico. Quelle che non mi aspettavo, erano le parole nascoste tra le altre, quelle che non vengono pronunciate né ascoltate, ma che arrivano comunque. Inarrestabili, potenti, feroci.
“Non c’era niente nella mia vita”, dice Filippo, ancora ragazzino, ancora informe, prima che qualcuno irrompa a stravolgerla. E quel qualcuno ha un nome: Tommaso. Sin da subito eserciterà su di lui un’attrazione potente, al punto che Filippo non riesce a “sganciarsi”. Cos’è questo legame? Un dono? Una condanna? Un marchio?
A Fassiano, per un lungo periodo Filippo smette di prendere decisioni. Si trova nel mezzo del conflitto tra sua madre e sua nonna; cambia luoghi “senza sapere bene dove” mettersi, “dove stare”; si trova sospeso e al tempo stesso ancorato a Tommaso, coltivando la paura di essere lasciato indietro.
Tre parole, sono bastate tre parole a Emanuele Bosso per aprirmi uno squarcio di comprensione su Filippo: “Io mi adeguai”. Le ho sentite dentro di me come un boato. Hanno fatto così tanto rumore che segnarle con la matita non è bastato. Ho dovuto chiudere il libro e trovare un respiro meno affannato, consapevole di quanto mi avessero toccato. Erano solo tre parole, ma sembrano una vita intera.
Tuttavia, in un frammento di tempo, Filippo cambierà l’intera narrazione. Senza un piano, ma sempre con lo stesso scopo. E da lì in poi, ogni cosa proverà – invano – a trovare una nuova collocazione. Ma come si può convivere con sentimenti che aggrovigliano ogni gesto? Con i pensieri che si inceppano?
“Satelliti” si dipana su due piani temporali, un passato che è promemoria e un presente storto che ogni giorno prova a mettere un piede nel futuro, ma continua a inciampare.
Tommaso cambia volto nel presente, scopre (ammette?) il “grande inganno” di un paese che è un po’ “come le sabbie mobili”. Non lo dice apertamente che vive di rimpianti, ma grondano da ogni parola che pronuncia. Filippo è più taciturno, attende e attende ancora, continua il suo essersi messo in pausa, scopre (o ne ha solo conferma?) di riuscire a mettersi in movimento solo quando c’è da andare dietro a Tommaso, orbitare intorno a lui.
Così come orbitano attorno a loro certe domande che non vengono pronunciate, e le risposte informi a quelle che invece riescono ad assumere consistenza. Il non detto ha, ancora una volta, un peso specifico, ed è capace di trasformarsi in un grumo amaro, in disperazione, in annichilimento.
Come si sfugge a una forza del genere? Come si colma una distanza? Quali o quante parole sono necessarie? Basterebbero, anche trovando quelle giuste, le uniche possibili? Ma avrebbe importanza?
Emanuele Bosso con il suo esordio sonda quel confine così sottile che separa l’amicizia da tutto il resto, gioca tra le ombre e con le assenze, scava dei vuoti a beneficio di chi vorrà riempirli, costruisce muri ma mai scorciatoie, e scava, scava, come solo chi sa maneggiare una storia è capace di fare. Ci consegna ogni pezzo, ma poi il compito più difficile – con la generosità di chi si sottrae a beneficio dei suoi personaggi – lo lascia a noi lettori.
Mi hanno fatto arrabbiare Filippo e Tommaso, e succede quando i protagonisti di un romanzo smettono di essere carta e inchiostro e assumono consistenza. Mi hanno fatto leggere con rassegnazione, con trepidazione e con speranza, mischiando quei sentimenti insieme, facendomi venire il respiro corto, e facendomi provare quel freddo pungente fin dentro al cuore. E le parole di Emanuele Bosso sono state cerchiate, sottolineate, misurate, soppesate.
A un certo punto del romanzo Filippo pensa: “Quelle parole trovavano finalmente il loro posto”, e lì ho capito che in realtà sono state le parole di “Satelliti” ha trovare un posto dentro di me. Hanno saputo porre le domande necessarie, senza pretendere una risposta, e adesso sono lì, pronte a sedimentare e magari, un giorno, a germogliare. Grazie, Emanuele, non potevi farmi regalo più prezioso.
