“Il cuore non va a dormire” di Enrico Galiano: luminosissimo
Sapevo già che “Il cuore non va a dormire” di Enrico Galiano (Einaudi) si sarebbe fatto spazio tra le mie pieghe. Lo sapevo già, perché conoscevo l’effetto che ha su di me il modo in cui questo autore affronta determinati legami. Ma quello che non mi aspettavo è che avrebbe fatto luce tra le mie crepe.
TRAMA – Sasha ha sedici anni, un’anima inquieta e un segreto. Quando arriva il supplente di diritto – quello strano, che parla solo d’arte – per la prima volta si sente vista davvero. Con lui costruisce un linguaggio intimo, che le consente di dire ciò che non riusciva a dire. Finiscono per innamorarsi. Ma il professore sa che non possono concedersi questo sentimento. Lei invece non capisce. Alessandra ha piú di quarant’anni e un’esistenza che sembra senza scossoni: un marito, una figlia, il parquet nuovo, un bel lavoro. Un giorno è chiamata a fare una perizia sul murale di un famosissimo artista la cui identità però è ignota e che da tempo era sparito. Di fronte al murale, qualcosa in lei si spezza. Una voce che credeva di aver sepolto è tornata, e lei non può piú ignorarla. Sasha e Alessandra ancora non lo sanno, ma presto si incontreranno là dove per entrambe si apre una crepa.

Prima di cominciare a scrivere questo post, sono andata a rileggere quello che ho scritto l’8 settembre 2017, parlando di “Eppure cadiamo felici“, il primo libro che ho letto di Enrico Galiano. E ho pensato: “Be’, l’attacco varrebbe anche per questo che ho appena finito”.
Continuo a sostenere che sia davvero complicato riuscire a incasellare in una serie di parole le emozioni che si provano leggendo. Lo è ancora di più nel momento in cui le pagine che si sono lette in realtà ti hanno attraversato. Strappato, ricucito, ferito, consolato.
Prima di raccontarvi i temi toccati da Enrico Galiano ne “Il cuore non va a dormire“, permettetemi qualche appunto tecnico. Ormai, faccio fatica a leggere un romanzo solo in veste di “lettrice”. L’editor che è in me il più delle volte si rende persino fastidiosa, e mi fa mollare un sacco di libri. A “Il cuore non va a dormire“, invece, mi sono legata a filo doppio, senza posarlo quasi mai.
Enrico Galiano qui a mio avviso si esprime non solo nella sua forma migliore, in una struttura ragionata, che segue uno schema preciso, che calibra gli indizi come se fosse un thriller; ma in più affronta una sfida che avrebbe potuto far storcere il naso. Eppure, lo fa con la delicatezza che gli è propria, intrecciandola a temi universali, senza mai dimenticarsi di dare respiro ai suoi personaggi, finendo per lasciare senza fiato i suoi lettori.
Parla di amore, dell’espressione di sé e dei propri sentimenti, ne “Il cuore non va a dormire” e a me è venuta in mente una strofa della canzone di Achille Lauro, “Amor”, che recita: “Sarebbe facile amare, se conoscessi la cura”. Io di certo non avrei saputo dirlo meglio di così, usando solo sette parole. Ecco perché bisogna ricorrere agli artisti per capire cosa di prova. Agli scrittori, ai cantautori, ai pittori, ai musicisti. Ecco perché ci affidiamo alla forma espressiva di altri per capire meglio noi stessi. Questo romanzo me l’ha dimostrato ancora una volta, facendomi lasciare un pezzetto di me tra quelle pagine.
Pagine in cui si muovono una sedicenne e una quarantenne, alla ricerca di un luogo in cui essere sé stesse, in cui sentirsi al sicuro, “viste”, in cui smetterla di sentirsi sole. Entrambe si creano uno spazio nei legami che riescono a intrecciare, e non sanno come pretenderlo in quei rapporti fatti di silenzi e di incomprensioni.
“Arriva sempre, quel giorno. Quello in cui scopro che tutta la stanchezza che avevi veniva da lì.
Dal peso delle bugie che portavi con te”.
C’è una costante nei romanzi di Enrico Galiano, che mi ha accarezzata in tutti questi anni: la volontà di ribadire, pagina dopo pagina, che ognuno di noi dovrebbe curare la propria diversità, amarla, difenderla. Che, in realtà, quella diversità non è altro che la nostra unicità, il nostro essere noi stessi.
Galiano sembra chiederci, ogni volta: che ne state facendo, di quella unicità? La state mascherando, ricoprendola di bugie? Avete scelto la strada che sembrava più “comoda”, per sentirvi meno soli? Avete creduto che l’accettazione possa arrivare soltanto se fingete?
C’è un passaggio molto bello sulla verità, su quanto non sia accogliente, né amichevole; su quanto sia brutta, “uno sgorbio”. Eppure, “è aria, è medicina, è cura. Ti fa male, e al tempo stesso ti libera dal male. Pesa come un macigno, eppure ti rende libera. Ti fa sentire ferita, ma invincibile”. E sul mentire Enrico Galiano torna anche nelle ultimissime battute del romanzo, che ho dovuto rileggere dopo che i lacrimoni avevano finito di appannarmi la vista.
Ma quanto coraggio ci vuole? Quanta fame è necessaria? Sasha non se lo spiega, Alessandra continua a chiederselo. Ma non c’è mai una vera nostalgia ne “Il cuore non va a dormire“, sarebbe stata una strada troppo affollata quella degli: “E se…?”. Ci sono sbagli, ci sono errori, ci sono inciampi, e ci sono conquiste, risposte, gesti di cura, ma mai rimpianti. E questo l’ho trovato davvero consolatorio.
Mi capita ogni volta, con i personaggi dei romanzi di Enrico Galiano, di sentire una vicinanza corporea. Strano, no, visto che loro sono fatti di parole? Forse perché i suoi romanzi li tengo attaccati al corpo, vicino al cuore, tra le mani, forse perché leggere è un continuo toccarsi, respirarsi, viversi. Ma la sensazione che ho avuto davvero sempre, sin dal primo romanzo che ho letto, è di desiderare di abbracciarli.
Ma stavolta ho capito una cosa. In realtà, quella che desidera un abbraccio, sono io.
