“Rosemary’s baby” di Ira Levin: il male, molto spesso, è “dietro l’angolo”

Chi mi conosce davvero lo sa: ho un lato oscuro e una passione profonda per il mondo dell’orrore fin da quando ero bambina. Probabilmente è per questo che, durante una delle mie ultime visite in libreria, ad attrarmi è stato un libro dalla copertina viola e blu, con un edificio assai sinistro in primo piano: “Rosemary’s baby” di Ira Levin.

Non proprio di pubblicazione recente (la prima edizione risale infatti al 1967), questo è il più noto fra i romanzi dello scrittore americano, da cui è stato tratto l’omonimo film del 1968 diretto da Roman Polanski, pellicola che al solo pensiero fa tremare ancora chi all’epoca lo vide al cinema.

Nonostante alla lettura delle prime pagine abbia provato un leggero pentimento per il mio acquisto impulsivo ed entusiastico, ho deciso di insistere e alla fine… Mi sono innamorata! Pensavo: “Troppo descrittivo”, “Troppa poca suspense”, ma “siccome che sono de coccio” sono andata avanti e le sorprese non si sono fatte attendere.

Il libro racconta la storia di una coppia di novelli sposini, Guy e Rosemary Woodhouse, che decidono di andare a vivere nel Bramford, un condominio dalla fama nefasta nel cuore di Manhattan. Subito dopo il trasferimento, i due ottengono delle svolte positive per la loro vita: Guy, attore in cerca di successo, ottiene finalmente una parte in una commedia, Rosemary, invece, resta incinta del loro primo figlio. Ma non è tutto oro quello che luccica… La gravidanza della donna, infatti, inizia a destare non pochi problemi e nel frattempo, all’interno del condominio, cominciano a verificarsi strani eventi. Il tutto è reso ancora più ansiogeno dalla presenza costante di una coppia di vicini un po’ troppo invadenti, Roman e Minnie Castavet.

Fil rouge del racconto è quello del “male dietro l’angolo”, che spesso si annida proprio al di là delle mura di casa, oltre le proprie pareti. Al centro del romanzo la Rosemary del titolo, donna fragile che, però, nel corso della storia, sembra prendere coscienza di sé come della sua maternità “particolare”, soprattutto nel momento in cui smette di credere agli altri e decide che no, ogni gravidanza non è a sé, come le ripete sempre il ginecologo, perché la sua ha qualcosa che non va. Poi, il finale inaspettato, sconvolgente e a tratti sconcertante, che, a mio parere, costituisce proprio il punto di forza dell’intero romanzo.

Insomma, chi ha avuto modo di vedere il film di Polanski saprà già come va a finire la storia… Consiglio, però, di ricominciare dal libro per lasciarsi avvolgere dalla scrittura di Levin che riesce a stuzzicare l’immaginazione e a spaventare il lettore con un continuo crescendo di suspense, non senza un pizzico di sana ironia.

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