“Cosa (non) fare quando ami il nemico” di Brigitte Knightley: un finale molto dolce

“Cosa (non) fare quando ami il nemico” di Brigitte Knightley (Giunti) è il secondo volume di una dilogia romantasy, che segue “Come (non) innamorarsi del nemico“. 

TRAMA – Tutto ha avuto inizio quando Osric Mordaunt, temibile assassino, è riuscito a corrompere l’integerrima guaritrice Aurienne Fairhrim per farsi curare di nascosto, e con metodi poco ortodossi, da una malattia degenerativa e letale. Seduta dopo seduta, a ogni plenilunio le mani competenti della Haelan hanno tentato di sanare il seith corrotto del Fyren e, con grande sorpresa, hanno finito per aggiustare anche le crepe più profonde del suo cuore. Così, ora che le indagini sul vaiolo che ha devastato i Tīendom hanno fornito indizi preziosi sui veri responsabili della diffusione del morbo, la loro alleanza forzata è diventata un vincolo inevitabile. Insieme, seguendo le tracce di un segreto che si fa sempre più nitido, dovranno fermare un antico Ordine che farebbe qualsiasi cosa pur di conquistare il potere. Ma non è questa la sfida più difficile. Fra nuove sessioni di cura e avventure al confine fra i mondi, resistere alla voglia disperata di sfiorarsi è un’agonia dolcissima. Un tormento che esige di essere assecondato. Anche se assecondarlo è un errore che proprio non possono permettersi.

Era dunque quello l’amore? Fare caso ai riccioli su un cuscino, dare baci sulla fronte, sentirsi fluttuare?
Che disgrazia.

Ritrovare Aurienne e Osric è stato molto divertente e al contempo molto più romantico e dolce di quanto mi aspettassi. In “Cosa (non) fare quando ami il nemico” i loro scambi di battute diventano ancora più pungenti, ma soprattutto i loro sentimenti iniziano a essere impossibili da ignorare. 

Non mi aspettavo tutta questa tenerezza, e devo dire che è stata una sorpresa davvero piacevole: ci sono scene molto romantiche, e Brigitte Knightley scrive i momenti più intimi con travolgente e poetica intensità. C’è un continuo non detto particolarmente ben riuscito, che diventa ammaliante nella suo essere pregno di senso e di una forte carica emotiva. 

Mi è piaciuto anche come il concetto di “cambiamento” venga declinato non solo per Osric, che appartenendo al sentiero del crepuscolo sarebbe stato sulla carta il candidato perfetto per un passaggio di redenzione, ma anche per Aurienne, che si sgancia da regole asettiche e rigide convenzioni per giocare con le sue ombre. Entrambi, muovono dei passi sul confine tra luce e buio che erano convinti non avrebbero mai travalicato. Ma esiste forza più dirompente dell’amore?

Ovviamente saranno coinvolti in un intrigo politico nel quale la sete di potere farà compiere ai “veri” cattivi delle azioni riprovevoli ma, per quanto risulti funzionale alla trama, il momento della battaglia finale non ha nulla di epico. Ci sta, è in linea con lo stile e il tono della serie, ma mi sarei aspettata qualcosa di un po’ più coinvolgente, e non solo per i due protagonisti, intendo. Si è svolto tutto in modo piuttosto tiepido, e senza indugiare troppo. Sicuramente è perfetto per chi non ha ama i passaggi particolarmente truculenti, presenti invece in altre narrazioni anche dello stesso genere.

Quello che mi piace nel leggere romantasy in cui i due protagonisti sono impossibilitati a stare insieme per motivi che abbiano delle valide argomentazioni, è l’attesa di scoprire come l’autore o l’autrice annulli quella distanza che pare incolmabile. Mi godo la previsione di una risoluzione, nella speranza che sia soddisfacente, oltre che ben argomentata (e, anche se ci muoviamo nella fantasia, perfettamente credibile).

In “Cosa (non) fare quando ami il nemico” Brigitte Knightley si ferma sulla soglia, diciamo che rimane un po’ al sicuro, lasciandoci immaginare quello che potrebbe essere da lì in avanti, e la sensazione che ho avuto è che si sia tenuta un passo indietro anche per non chiudersi del tutto la porta. Che ci sia altro in arrivo con questi due personaggi che sono stati così ben accolti dal pubblico?

Chiuso con un’ultima annotazione. Nel romanzo ho trovato più di una occorrenza di “dì” al posto di “di’”. Che dì (con l’accento grave) è un sostantivo maschile sinonimo di giorno, e che di’ (con l’apostrofo) è l’imperativo, seconda persona singolare del verbo dire, lo impariamo alle elementari. Il refuso è umano, e non sto a sindacare su quello ci mancherebbe, ma questo è un errore di grammatica italiana, per altro ripetuto all’interno del testo, per cui non si può nemmeno parlare di una svista. Sarebbe il caso di prestare più attenzione. 

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