“Il Nix” di Nathan Hill: un esordio che contiene tutta l’America
“Il Nix” di Nathan Hill (Rizzoli): un “page-turner intelligente” capace di restituire il senso del nostro presente attraverso la lunga durata della memoria.
Trama – Samuel Andresen-Anderson è un professore d’inglese che non ha mai davvero mantenuto la promessa del proprio talento: ha pubblicato poco, procrastina molto (rifugiandosi in un MMORPG chiamato Elfscape) e vive in una bolla di rimandi e autosabotaggi. Un giorno, la madre Faye, scomparsa quando lui era bambino, finisce in prima pagina: è accusata di aver aggredito un politico conservatore e populista, Sheldon Packer, in un gesto che i media trasformano in emblema della “violenza liberal”. Per l’America dei talk show Faye diventa “la Packer Attacker”. Il caso esplode proprio quando l’editore di Samuel — a cui lo scrittore ha preso un anticipo anni prima senza consegnare nulla — gli dà un ultimatum: o restituisce i soldi o scrive un libro rivelazione sulla madre. Per salvarsi, Samuel accetta, trasformandosi in un investigatore del passato familiare. L’indagine lo porta dal Midwest norvegese-americano degli anni ’60 — dove Faye cresce in una comunità rigida e opaca — alla Chicago del 1968, tra occupazioni universitarie, infiltrati, paranoia politica e violenza poliziesca, fino al presente della viralità permanente.

“Le persone si amano per molte ragioni, non tutte buone» disse Faye. «Si amano perché è facile. O perché sono abituate a farlo. O per rassegnazione. O perché hanno paura.
Le persone possono essere il Nix l’una dell’altra.”
Quando nel 2016 uscì “Il Nix“, romanzo d’esordio dello statunitense Nathan Hill, la critica parlò immediatamente di un nuovo “grande romanzo americano”. E non a torto. Con la sua mole di oltre settecento pagine, Hill costruisce un intreccio che attraversa decenni di storia, dalle proteste di Chicago del 1968 fino all’America iper-mediatica del nuovo millennio, per raccontare una vicenda familiare segnata dall’abbandono e dalla riconciliazione
La struttura del romanzo è un mosaico che alterna tempi e registri, passando da scene comiche a pagine di grande intensità emotiva. Hill riesce a utilizzare il dispositivo della ripetizione variata con intelligenza: momenti e oggetti apparentemente minori ritornano in altri contesti, assumendo nuove sfumature e nuovi significati.
Al centro si staglia la metafora del Nix, figura del folklore nordico capace di attirare con il suo canto e poi trascinare a fondo. È il simbolo di ciò che amiamo e che, proprio per questo, può ferirci: l’arte, il lavoro, l’amore, la fama, ma anche la stessa idea di America che, nell’illusione del proprio splendore, diventa trappola.
L’attualità del romanzo è sorprendente. Pubblicato alla vigilia dell’era Trump, “Il Nix sembra anticiparne il clima: la trasformazione della vita privata in contenuto mediatico, l’ossessione per lo scandalo, la polarizzazione come spettacolo permanente. Faye, ridotta a meme prima che a persona, diventa l’emblema di una società in cui la verità interessa meno del frame narrativo che può produrre indignazione e traffico.
Parallelamente, la dipendenza digitale che attraversa i personaggi non è una semplice caricatura del mondo del gaming, ma una riflessione sull’assenza di comunità, sostituite da piattaforme e metriche, da appartenenze virtuali che si rivelano fragili rifugi.
Lo stile di Hill è limpido, ironico, accessibile senza essere mai banale. È un romanzo “maximalista”, che accumula dettagli, divaga, apre parentesi, ma senza perdere il controllo. Alcuni episodi sono veri e propri virtuosismi — celebre il capitolo-monologo di Pwnage, interminabile eppure magnetico — che mostrano un autore capace di tenere insieme ritmo narrativo e introspezione.
A differenza di autori come Jonathan Franzen, con cui condivide l’ambizione del grande romanzo sociale e l’attenzione per le dinamiche familiari come specchio della nazione, Hill appare più elastico nei registri, più incline a mescolare satira, commedia e pathos, più aperto a lasciare che la cultura pop diventi materia viva della narrazione.
E rispetto a Donna Tartt, con cui condivide l’uso della memoria e del segreto come motore di suspense, Hill rinuncia a ogni virtuosismo estetizzante, preferendo una prosa cinematografica, visiva, a tratti quasi televisiva, che si affida più alla coralità che all’aura tragica.
In questo esordio, Hill guarda anche a DeLillo e Tom Wolfe per l’inventario dei media e dei dispositivi sociali, persino a David Foster Wallace per l’attenzione alla dipendenza e alla disgregazione dell’attenzione. Ma la sua voce rimane autonoma: non sperimentale, non criptica, ma classica negli strumenti e contemporanea negli oggetti osservati.
“Il Nix“ non è privo di eccessi, ma sono limiti che non scalfiscono la potenza di un libro che riesce a parlare insieme al cuore e alla mente, tessendo un discorso sull’amore ferito e sulla responsabilità dello sguardo, sulla nostalgia e sull’incapacità di lasciar andare ciò che ci trattiene a fondo. In questo senso, Hill ha saputo guadagnarsi, già al suo primo romanzo, un posto accanto ai grandi narratori americani contemporanei e collocarsi nella stessa conversazione di Franzen e Tartt.
Con “Il Nix“, Nathan Hill consegna al lettore un’opera che, più che un debutto, appare come una summa: un romanzo che riflette sull’America, ma soprattutto sulla fragilità dell’essere umano nel tempo delle ossessioni, dei fantasmi familiari e dell’attenzione come merce rara.
