“Una questione di famiglia” di Claire Lynch: da non sottovalutare
“Una questione di famiglia” di Claire Lynch (Fazi) è un libro da non sottovalutare. Affrontare certi temi in questo modo è davvero una rarità.
TRAMA – È il 1982 e Dawn, ad appena ventitré anni, ha già una figlia, Maggie, e un marito, Heron, che pianifica il loro futuro. Un futuro che, per quanto modesto, sembra avviato su binari sicuri. Finché Dawn non incontra una donna, Hazel, e quasi senza accorgersene se ne innamora. Decide di parlarne con il marito, convinta che lui, un uomo mite e benevolo, capirà. Non è così. Gli avvocati a cui l’uomo si rivolge gli consigliano di chiedere la custodia esclusiva di Maggie: donne “depravate” come sua moglie non possono occuparsi dei figli. Durante la dolorosa udienza in tribunale, Dawn viene dipinta come una figura pericolosa, una donna incapace di prendersi cura della sua bambina. È quindi costretta ad allontanarsi e a lasciare la piccola con il padre. Nel 2022 Maggie, ormai adulta, è madre di due figli, ha un marito dolce e premuroso e coltiva con il padre un rapporto quotidiano inossidabile: nel corso della sua infanzia e dell’adolescenza lui è stato tutta la sua famiglia. Alla figlia il padre ha sempre raccontato che sua madre l’ha abbandonata dopo averlo tradito. Null’altro. Quando però Heron scopre di avere il cancro e inizia a mettere mano ai documenti accumulati in una vita, Maggie trova le carte che raccontano la vera storia di sua madre e, scoperta finalmente la verità, decide di provare a rintracciarla.

Lei deve comprendere che è proprio questa la più grande difficoltà della vita. Le situazioni che cambiano, le scelte che con il tempo risultano sbagliate, o che si rivelano per ciò che sono.
Mi trovo sempre in grande difficoltà quando provo a raccontare libri che contengono emozioni profonde e complesse. “Una questione di famiglia” è un romanzo snello, che procede quasi per diapositive, e tende a essere ingannevole nella misura in cui nel suo dispiegarsi in modo pacato, quasi “cortese”, in realtà infligge a chi legge una costante serie di stilettate.
Si parte con Heron e la scoperta della sua malattia. Si comincia con il suo sguardo più attento (“Strano come la compassione sia tanto difficile da sopportare”), ma al contempo più critico, più severo (“Per non parlare dell’insulto di dover pagare il parcheggio mentre ti scansionano le ossa in cerca di metastasi”) e con una scena d’apertura che avrebbe potuto trovare posto in una di quelle serie tv tanto acclamate dalla critica.
Si inizia provando compassione per Heron, un uomo che sembra essere talmente riservato da non riuscire a dire a sua figlia che sta morendo, un uomo la cui presenza è stata sempre silenziosa e costante, un uomo mite. Un uomo giusto.
Heron è un uomo giusto. Oppure no?
In un’alternarsi tra passato e presente, conosciamo la figlia di Heron, Maggie, e sua moglie Dawn. Il romanzo prosegue sui due piani temporali, aggiungendo tasselli del passato che raccontano il presente. Che lo spiegano, che lo giustificano, in qualche modo.
Non c’è stato, da parte di Claire Lynch un accanimento sul dolore. Sarebbe stato forse più semplice esibirlo, gridarlo, stare lì a rimuginare sulle colpe, a spargere altro sale nelle ferite dei suoi protagonisti. Con “Una questione di famiglia” l’autrice, invece, ha voluto raccontare una storia che affonda le sue radici tra documenti reali e che prende spunto dagli innumerevoli casi come quello che viene descritto nel libro, per riportare alla luce l’ennesima nefandezza compiuta nel nome dell’ignoranza.
La seconda metà del romanzo si fa leggere tutta d’un fiato perché, sebbene l’epilogo sia già stato svelato e non c’è nulla da intuire, quello che viene raccontato è non solo la barbaria protratta nell’imputare colpe e nel decretare quale doveva essere la “normalità”, ma sono le emozioni di un uomo e di una donna, giovanissimi, che si sono ritrovati invischiati dentro qualcosa che non erano in grado di capire, figuriamoci gestire.
A entrambi viene detto in cosa credere, cosa pensare e come agire. Entrambi si fanno sospingere dalle credenze altrui, sembrano incapaci di farsi un’idea propria, agiscono forse con superficialità che a tratti sembra addirittura noncuranza, ma sono così profondamente umani da non riuscire a rimanere indifferenti.
Del tutto inutile il gioco che Maggie compie nel cercare di capire che avrebbe fatto al posto di sua madre. Erano “altri tempi”, era “un altro modo”, sarebbe impossibile mettersi nei suoi panni. Eppure lei ci si incaponisce ugualmente, misura il suo essere madre con quello di Dawn, mette a confronto il loro amore materno.
Lo stesso fa con il padre, e il loro rapporto, intriso di silenzi, è stato magistralmente descritto, partendo dalla genuinità delle cose semplici, fino alla comprensione di gesti all’apparenza piccoli, ma di enorme portata comunicativa. Quanto è vero che ogni famiglia sviluppa il proprio lessico?
Una scrittura schietta e diretta, “ingannevolmente semplice”, come ha scritto Emilie Pine. Un romanzo che vuole essere critico e al contempo compassionevole. Esprime sì dei giudizi Claire Lynch con la forza – e forse a tratti anche la prepotenza – di chi sa di essere nel giusto e con la consapevolezza di voler mostrare uno spaccato di storia non poi così distante. Ma intinge ogni parola nell’indulgenza, preferendo mostrare non creare mostri.
Quando leggo un romanzo così di ispirazione come “Una questione di famiglia” mi rendo anche conto di come chi dovrebbe per primo fare certe letture, aprire gli occhi, la mente e il cuore, invece preferisce stordirsi con del rumore intriso di niente. Ma spero che la letteratura non smetta mai di provare a cambiare il mondo.
