“Da lontano sembrano mosche” di Kike Ferrari: un finale che capovolge ogni attesa

La smania con cui ho letto le pagine di “Da lontano sembrano mosche” di Kike Ferrari (Feltrinelli), una smania che coincideva con la ricerca di una risoluzione, mi ha probabilmente distolto dall’intento dell’autore. O, molto più semplicemente, sono caduta in pieno nella sua trappola.

TRAMA – Il signor Machi è un uomo potente a Buenos Aires e la sua arroganza è pari alla sua ricchezza. Tra una sniffata di coca e un servizietto di qualche giovane donna in cerca di favori, inebriato dal proprio successo, si illude che resterà sempre sulla cresta dell’onda. Un giorno, alla guida della sua Bmw nera da duecentomila dollari, fora una gomma e scopre nel bagagliaio un cadavere sfigurato da un colpo di pistola a bruciapelo. E qui inizia l’incalzante serie di disavventure che, in una mattinata di discesa all’inferno, dimostra al protagonista che tutte le sue certezze e la sua sicumera sono materia corruttibile quanto la società in cui sguazzava. Percorre affannosamente la città in cerca di chi gli abbia giocato questo brutto tiro, ma sono tanti quelli che lui ha schiacciato e umiliato, e sono sempre stati così insignificanti che “da lontano sembrano mosche”.

Proverò a parlarvi di “Da lontano sembrano mosche“, cercando di non svelarvi troppo della trama del libro, ma lasciandovi le mie impressioni che, ve lo dico subito, sono arrivate come una secchiata d’acqua gelida non all’ultima pagina del libro bensì alle ultime parole.

Il narratore che sceglie Kike Ferrari merita una prima menzione. Si rivolge al protagonista chiamandolo sempre “signor Marchi”, imponendo per tutto il libro una certa distanza che non è deferenza. Non è ossequio, non è rispetto, è una fredda presa di posizione che ogni tanto scade nella presa in giro, specie quando parla dell’auto del signor Marchi, o quasi nella commiserazione quando dice: “Se conoscesse quella parola, la userebbe”.

Il signor Marchi è un personaggio insulso, un self-made man come gli piace definirsi, forse per dare una parvenza di correttezza a tutte le nefandezze che ha commesso (o commissionato), un uomo spregevole che ama il potere. Quel potere che deriva dai soldi, dalla possibilità di scegliere per gli altri con un solo cenno della testa e che impasta le suo giornate di ribrezzo, disgusto e pena per chi non è come lui. Sentimenti che spesso, sono ricambiati.

E così, un bel giorno, dopo una notte passata con una donna che non è sua moglie, piste di cocaina e sigari, trova un cadavere nel bagagliaio della sua auto di lusso. Non lo riconosce, è stato ammazzato con un colpo di pistola in faccia, ma un dettaglio lo nota: è stato attaccato a un gancio dell’auto con le manette di peluche rosa che usa durante i suoi incontri sessuali.

Da quel momento, iniziano delle ore di follia in cui farà di tutto per sbarazzarsi di quel cadavere, scandite da una lista di possibili spospettati. Si sente braccato, il signor Marchi, incastrato in una sorta di allucinazione, si chide chi, si chiede perché, si chiede come, dove.

L’aria metifica che smuove il ventaglio di dubbi evoca nomi conosciuti, possibilità impensabili. Il signor Marchi scopre che ci sono nemici potenziali là dove lui non vedeva altro che rivali, sudditi, rompicoglioni.

In un gioco di continui flashback, descritti in modo crudo, reale, mostrando un’Argentina a tinte scure, l’autore ci racconta dei personaggi che gravitano o hanno gravitato intorno al signor Marchi. Ognuno avrebbe un valido motivo per giocargli un brutto scherzo, per vendicarsi, per fargliela pagare.

Raccontando di loro, il narratore in realtà ci svela sempre di più il protagonista. Quanto sia sceso in basso per ottenere quello che ha adesso, il rapporto con sua moglie e i suoi due figli, la totale assenza di persone di cui si può fidare, i traffici in cui si è invischiato.

Il signor Marchi è convinto che con i soldi e il potere può comprare tutto, può avere tutto, può fare tutto. Ma qualcuno ha deciso di fargli assaggiare quello schifo che lui ha elargito per anni. E sembra essere solo l’inizio.

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Un pensiero riguardo ““Da lontano sembrano mosche” di Kike Ferrari: un finale che capovolge ogni attesa

  • 3 febbraio 2018 in 3:45 pm
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    Mi sento sollevata, ti ho “paccata” solo a metà. E ora sono curiosa di leggerlo 😉

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