“Un caso speciale per la ghostwriter” di Alice Basso: ecco il mio grazie

“Un caso speciale per la ghostwriter” di Alice Basso (Garzanti) è il quinto e ultimo (sì, se sentite rumori strani sono i miei singhiozzi) libro della serie con Vani Sarca. In passato sul blog ho già scritto – più e più volte –  che ho amato la serie, i personaggi, lo stile di questa meravigliosa autrice e vi ho invitato ha rimediare qualora foste ancora all’oscuro.

Volete una recensione anche di quest’ultimo libro? Vi offro la versione breve: STUPENDO. Ma stupendo nel senso che meglio di così non poteva essere, stupendo nel senso che comunque, se non conoscete Vani Sarca, sempre da “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome” dovete iniziare, per poi proseguire con “Scrivere è un mestiere pericoloso“, “Non ditelo allo scrittore“, “La scrittrice del mistero” e chiudere con “Un caso speciale per la ghostwriter“. E con tanti fazzoletti.

Per una volta, mi concedo il lusso di un post diverso dal solito. Perdonatemi se non leggerete un’analisi nel dettaglio del romanzo, nei contenuti così come nella forma. Qui troverete il mio personalissimo messaggio a un’autrice che mi ha donato moltissimo e che merita di entrare nel cuore di tutti voi.

Cara Alice,

grazie. Sì, lo so, non è il massimo dell’originalità come attacco, ne hanno scritti di gran lunga migliori, ma quella piccola parolina in realtà è quella che dà un senso a tutte le altre che seguiranno, un po’ le racchiude anche, quindi mi sembrava corretto darle la giusta importanza.

Inizio col dirti che nemmeno so come mi sento. Ho letto il tuo libro con la solita paresi facciale, sorridendo a ogni pagina, a volte proprio ridendo di gusto, senza farmi mancare qualche momento di commozione che è sfociato in lacrimoni appena ho letto la parola “Epilogo”. La Treccani, alla voce “Epilogo”, recita: “Secondo la retorica greca, l’ultima parte dell’orazione che mira a commuovere l’uditorio”. E fino a qui, direi già fatto. Ma poi continua con: “Nell’uso moderno, la parte finale della tragedia antica, cioè l’esodo; e in genere la conclusione di un dramma, di un romanzo e sim.”. La conclusione.

La conclusione, la fine, il punto d’arrivo, il termine. E lì, altre lacrime. Perché non era un “punto di arrivo”, ma un punto e basta. Non un punto e virgola, di quelli che ti fanno prendere fiato, o due punti che magari annunciano un discorso diretto. No, un punto e basta. E mi serve un altro fazzoletto.

L’ho realizzato in piena notte (per me che vado a letto a “orario gallina”), perché ho fatto un’unica tirata con il tuo libro in mano. Sono passati un paio di giorni e non ho saputo leggere altro. Iniziavo e dopo mezza pagina mollavo, perché ho ancora addosso le tue parole. Sono qui che ti scrivo e se ripenso che è la conclusione, che non leggerò più di Vani, del commissario Berganza, di Morgana, di Irma, e di tutti gli altri attacco di nuovo a piangere.

Quindi no, perché va bene che non te la sto scrivendo su carta questa lettera, e quindi non c’è pericolo che diventi poltiglia, ma nemmeno si può andare avanti così perché poi chiami Maria e fai chiudere la busta. No, io ho una serie di cose per cui ringraziarti quindi bisogna riprendersi.

Grazie per avermi dato una famiglia, una di quelle che non è vero che sono solo su carta perché si sono creati un bellissimo angolo nel mio cuore, arredato con gusto e dove non mancano mai le patatine al formaggio. Con buona pace del mio colesterolo che non molla e sta sempre sopra i 200.

Grazie perché adesso posso rispondere alla domanda: “Per quante ore riesci a trattenere la pipì?”. So che magari non è un argomento di conversazione frequente, ma non si sa mai nella vita, metti di finire per sbaglio a un convegno di urologia o di nefrologia.

Grazie per aver dato un significato del tutto nuovo a un sacco di parole, una su tutte: “crampo”.

Grazie per aver dato vita a un personaggio schietto, vero e sincero. Una donna che è un modello, un esempio per la sua incrollabile capacità di essere sempre se stessa, e per essere stata in grado di smussare gli angoli quando ne è valsa davvero la pena, non per compiacere qualcuno. C’è un legame che abbiamo in comune, ma devo ammettere che Vani ne è uscita molto meglio di me. Io sto imparando, anche per merito suo.

Grazie perché con i tuoi romanzi mi hai risolto più di un problema per compleanni e festività.

Grazie per la tua ironia, che colora le nostre giornate e ci strappa sempre un sorriso.

Grazie – ma non poi così tanto grazie – per aver allungato le nostre wishlist.

Grazie per il commissario Berganza. Punto.

Grazie perché non hai mai dato nulla per scontato e perché continui a non farlo.

Grazie per aver parlato di libri non per vendere più copie e noi lettori disturbati, ma con la consapevolezza di chi ne è ogni giorno circordata e li ama con candore e purezza.

Grazie per avermi dato un posto in cui tornare, soprattutto nelle giornate che iniziano male e finiscono peggio. Ci sono diverse pagine, specie nel terzo e nel quarto libro, che sono per me come un rifugio, un porto sicuro. Io mi metto lì e ritrovo un pizzico di pace.

E direi di portarmi già avanti ringraziandoti in anticipo per tutte le storie che verranno, per i personaggi che ci farai conoscere, per le parole con le quali ci terremo vicine, in un lungo abbraccio.

Ci vediamo fra un paio di giorni a Torino. Io sarò quella con gli occhiali appannati e il fazzoletto già pieno di lacrime. Io sarò quella che ti ruberà una stretta e un grazie te lo dirà di presenza (sempre se riuscirò a smettere di piangere).

Con tutto il mio affetto,

Azzurra

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