“Il diavolo veste Prada 2”: avevamo bisogno di un sequel?

Mi sono seduta al cinema, scettica, lo ammetto. Il trailer non mi aveva convinta e i sequel dei film che sono diventati dei fenomeni culturali sono sempre un azzardo. Ma “Il diavolo veste Prada 2” mi è piaciuto molto. Due ore sono filate vie come mi succede raramente, e mi sono goduta un film che magari non ha brillato per originalità, ma ha sicuramente fatto il suo, ovvero intrattenere.

E Meryl Streep è semplicemente strepitosa. Il trailer mostra solo un accenno di quello che è cambiato nei vent’anni che sono passati da quando l’abbiamo conosciuta come Miranda Priestly. Adesso ha dovuto ridimensionarsi – per via di alcuni richiami delle risorse umane – e deve fare i conti con i tempi che cambiano e le parole che non si possono più dire. Insomma, una fatica enorme che viene abbondantemente sottolineata dalle sue smorfie e dalle sue espressioni, più iconiche di qualsiasi altra battuta. Il momento della caffetteria forse è uno dei più divertenti.

Ecco, quello che è certo è che nel sequel non c’è un altro momento “ceruleo”, uno di quelli che passano alla storia come momento cult, ma forse il rischio “ricalco” sarebbe stato dietro l’angolo. A quel passaggio iconico, però, ci sono dei precisi richiami, sia ad apertura che a chiusura del film.

Ma di richiami, in realtà, ce ne sono tanti, che diventano un grande omaggio affrontato secondo me con grande rispetto. Così come ci sono delle scene e delle dinamiche che si ripetono, ma che però non sono più il fulcro. Il perno a cui ruota il film è il cambiamento, il doversi confrontare con la velocità di chi scrolla senza più davvero leggere, il dover tornare indietro per andare avanti, e un continuo richiamo al fatto che sì, facciamo squadra, però poi ognuno guarda davanti a sé.

Andy sarà anche una “bambina sognatrice”, ma il mondo del lavoro continua a essere spietato e a seguire le sue regole. E a darti delle lezioni, come fa Nigel alla fine. Il rapporto con Miranda sarà ancora una volta complesso, illusorio, altalenante e contradditorio, come è giusto che sia. E Miranda, dal canto suo, inizia a farsi quelle domande che prima o poi arrivano per tutti. Lasciandoci una delle sue perle: “Il pubblico deve sapere che c’è un costo”. Quanta vita siamo disposti a sacrificare? E cosa ci sarà “dopo”? Quanto peso ha il sacrificio, quando si è così bravi in un lavoro che si ama?

La moda è sempre presente, ma smette di essere l’unico aspetto attorno a cui si muove la narrazione. C’è la complessità di un presente che va interpretato e nel quale i gusti e le tendenze cambiano così velocemente che non puoi starci dietro, e l’unico modo per non soccomberle è dettarle. C’è la necessità di far sentire la propria voce, di trovarla prima e di difenderla dopo, a costo di rinunce che sembrano impossibili. C’è la crisi, la svolta, il cambiamento e poi di nuovo, dall’inizio, in un loop che ci ridefinisce ogni giorno come esseri umani.

Insomma, ne “Il diavolo veste Prada 2” c’è una complessità che forse nel primo mancava, e che dà carattere al film. Forse è vero, abbiamo aspettato vent’anni, ma ne è valsa la pena. 

Fatemi fare un ultimo appunto: finalmente un love interest accanto ad Andy deliziosamente “normale”, specie nel suo aspetto fisico. Approvatissimo.

Forse non era necessario il sequel de “Il diavolo veste Prada“, ma io mi sono goduta due ore piene di bellezza, di carisma, di fascino e di ironia, e quindi sì, da parte mia vi dico che ne avevamo bisogno eccome.

A quasi vent’anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andy, Emily e Nigel, Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci tornano nelle eleganti strade di New York City e nei lussuosi uffici di Runway nel tanto atteso sequel del fenomeno del 2006 che ha segnato una generazione.

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