“Latte Acido” di Avery Curran: un gotico tra fantasmi e desideri repressi

In Italia con Mercurio Books⁠, “Latte Acido” è l’esordio letterario della scrittrice britannica Avery Curran, autrice e ricercatrice specializzata in letteratura vittoriana e studi sulla spiritualità e queerness nel XIX secolo.

Arrivato nelle librerie italiane il 22 maggio, il romanzo è un gotico contemporaneo che mescola atmosfere da collegio, elementi soprannaturali e una riflessione sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta. 

Ambientato nel 1928 all’interno dell’Istituto femminile Briarley, “Latte Acido” segue le vicende di Emily e delle sue compagne, la cui quotidianità viene sconvolta dalla morte improvvisa di Violet, la studentessa più brillante e ammirata della scuola. Convinte che non si sia trattato di un semplice incidente, Emily ed Evelyn iniziano a indagare sull’accaduto, dando vita a una serie di eventi che porteranno alla luce presenze inquietanti, desideri repressi e segreti nascosti tra le mura dell’istituto. 

TRAMA – È il 1928 e all’Istituto femminile Briarley le giornate scorrono tra studio, disciplina e amicizie che sembrano destinate a durare per sempre. Per Emily e le sue compagne, la scuola è una protezione e una promessa; per le loro famiglie è la tappa necessaria a renderle le donne perbene che il mondo si aspetta. Ma sotto la superficie ordinata dell’istituto si annida qualcosa di inquietante: tutto cambia la notte del diciottesimo compleanno di Violet, la studentessa più brillante e popolare della scuola, che muore precipitando da una balaustra. Emily e la sua rivale Evelyn sono d’accordo solo su una cosa: non si è trattato di un incidente. Distrutte dal dolore, tentano di evocare lo spirito della compagna, ma ciò che appare davanti a loro è una minaccia senza nome. L’istituto è ora permeato da una presenza insidiosa e inesorabile: ciò che prima era un rifugio, adesso è un organismo oscuro. Come il latte che, nel corso di una sola notte, inspiegabilmente si inacidisce, così Briarley si guasta dall’interno. Tra sedute spiritiche e desideri proibiti, tra legami che si stringono fino a soffocare e crepe che si aprono nell’animo, le ragazze scivolano verso un luogo pericoloso, che le osserva e le chiama a sé.

Infette fin dentro la terra che calpestavamo e il latte che bevevamo.

Tutto, nel mondo immaginato da Avery Curran, sembra essere attraversato da un’infezione: i luoghi, i corpi, i desideri e perfino i legami tra le persone. Una frase, quella appena citata, che restituisce perfettamente la natura gotica del romanzo, debitore tanto della tradizione vittoriana quanto degli studi accademici della sua autrice, da anni impegnata nella ricerca sulla letteratura del XIX secolo. 

Latte Acido” si presenta da subito come un classico horror gotico: c’è un collegio, una morte misteriosa, presenze che sembrano aggirarsi tra i corridoi, sedute spiritiche e un senso di inquietudine continuo che accompagna la lettura.

Curran dimostra capacità nel costruire atmosfera, trasformando l’Istituto Briarley in un luogo a metà tra realtà e incubo. La componente soprannaturale è onnipresente e richiama quella tradizione letteraria che va dalle ghost stories vittoriane fino ai racconti di fantasmi di autrici come Edith Wharton, pur filtrata attraverso una sensibilità contemporanea.

Eppure, fermarsi all’elemento horror sarebbe riduttivo. L’intera narrazione può infatti essere interpretata come una potente metafora queer, in cui l’orrore nasce non tanto dalla presenza del soprannaturale quanto dalla necessità di vivere costantemente nascosti. Il collegio femminile diventa un microcosmo governato da regole rigide, aspettative soffocanti e modelli comportamentali che non concedono devianze.

I desideri, i sentimenti e le attrazioni che non rientrano nella norma vengono percepiti come qualcosa di sbagliato, pericoloso e persino contagioso. Non è un caso che il romanzo utilizzi continuamente immagini legate all’infezione, alla contaminazione e alla malattia, ciò che viene definito “infetto” non è mai realmente il soprannaturale, ma tutto ciò che sfugge alle convenzioni imposte dalla società. 

Ed è qui che il romanzo si rifà ad una lunga tradizione di letteratura queer che ha utilizzato il gotico per raccontare esperienze impossibili da esprimere apertamente. L’ambientazione storica non è una scelta estetica, ma uno strumento per comprendere la condizione delle protagoniste. Il periodo in cui si svolge la vicenda è infatti segnato da un controllo sociale soffocante, in cui qualsiasi forma di differenza rischia di trasformarsi in esclusione.

Avery Curran utilizza quindi gli strumenti dell’horror gotico per raccontare una storia di corpi e identità percepite come “sbagliate” da una società incapace di accettarle, trasformando il soprannaturale in una metafora della marginalizzazione e della sopravvivenza.

Curran dimostra di possedere idee interessanti, però non sempre riesce a sviluppare con la stessa efficacia tutto ciò che introduce nel corso della narrazione. Alcuni personaggi secondari restano appena abbozzati, mentre determinate dinamiche relazionali avrebbero meritato maggiore spazio e approfondimento. Lo stesso discorso vale per alcuni dei temi più affascinanti del romanzo.

Le riflessioni sull’identità, sul desiderio e sulla marginalizzazione ci sono, ma in più di un’occasione sembrano arrestarsi proprio quando potrebbero diventare ancora più incisive. Curran preferisce suggerire piuttosto che esplorare fino in fondo, lasciando al lettore il compito di colmare alcuni vuoti narrativi. 

Anche alcuni passaggi della trama risentono di una certa ingenuità narrativa, tipica delle opere prime, e alcune svolte risultano prevedibili, mentre determinate situazioni vengono risolte con una rapidità che contrasta con la cura dedicata alla costruzione dell’ambientazione. Ciò che colpisce maggiormente, però, è la scrittura. Lo stile è cinematografico, visivo, immediato. Le immagini evocate dall’autrice possiedono una forte concretezza e permettono di immergersi con facilità tra i corridoi del Briarley, nelle sue aule silenziose e nei suoi angoli più oscuri. 

Tra ombre e desideri repressi, “Latte Acido” dimostra come il gotico abbia ancora molto da dire sul presente, un esordio imperfetto ma affascinante, che trova nei suoi fantasmi il modo più efficace per raccontare le paure del mondo reale.

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