“Il libro delle case” di Andrea Bajani: stupefacente

La scrittura di Andrea Bajani ha un potere enorme su di me. Mi rapisce, mi sfinisce, mi afferra e non mi lascia più andare. Lo stesso è successo con “Il libro delle case” (Feltrinelli) che ho divorato, pentendomene subito dopo. Avrei dovuto tenerlo con me un po’ più a lungo, ma c’è sempre tempo per fare un altro giro.

TRAMA – A quante parti di noi siamo disposti a rinunciare per continuare a essere noi stessi? E soprattutto: dove abbiamo lasciato ciò che non ci siamo portati dietro? Quali case lo custodiscono in segreto o lo tengono in ostaggio? Per raccontare la vita di un uomo, l’unica possibilità è setacciare le sue case, cercare gli indizi di quel piccolo inevitabile crimine che è dire “io” sapendo che dietro c’è sempre qualche menzogna. Il libro delle case è la storia di un uomo – “che per convenzione chiameremo Io” –, le amicizie, il matrimonio nel suo rifugio e nelle sue ferite, la scoperta del sesso e della poesia, il distacco da una famiglia esperta in autodistruzione. La storia di Io salta di casa in casa, su e giù nel tempo, ciascuna è la tessera di un puzzle che si compone tra l’ultimo quarto del millennio e il primo degli anni zero: è giovane amante di una donna sposata in una casa di provincia, infante che insegue una tartaruga in un appartamento di Roma mentre dalla tv si rovesciano le immagini di Aldo Moro sequestrato e del corpo di Pasolini rinvenuto all’Idroscalo; è marito in una casa borghese di Torino, bohémien in una mansarda di Parigi e adulto in carriera in un albergo londinese; ragazzo preso a pugni dal padre in una casa di vacanza, e studente universitario buttato sopra un materasso; poi semplicemente un uomo, che si tira dietro la porta di una casa vuota.

Ne ho letti diversi di romanzi in cui si racconta la storia di una vita, o quantomeno, ci si prova. Ne ho letti alcuni illuminanti, altri deludenti, altri ancora sono passati quasi inosservati. “Il libro delle case“, invece, l’ho trovato stupefacente.

Di grande impatto e originalità per la sua costruzione e per la struttura narrativa; potente, evocativa e struggente, la prosa dell’autore, che si conferma, almeno per me, una delle voci più interessanti del panorama contemporaneo.

La storia di un uomo chiamato Io viene raccontata attraverso le case che ha abitato. I mobili, la metratura, ma soprattutto i silenzi, le incomprensioni, i bocconi da ingoiare e poi dimenticare, le occhiate fuori dalla finestra.

Un televisore può diventare corridoio, un radiatore può scandire la privacy, un armadio è “messa in scena di una divisione”, una tavola da pranzo conserva segreti, una finestra si fa portavoce di messaggi.

Relazioni che cambiano, che raccontano un adolescente che sa quando deve tacere e subire; di un uomo che ha sbagliato nel ritagliarsi un ruolo che non era il suo, sebbene sembrasse l’unica via di uscita; di opportunità, di menzogne, di anni trascorsi alla ricerca di qualcosa, di risposte che tardano ad arrivare.

La forza della narrazione di Bajani sta anche nel rendere “casa” ciò che non ci saremmo mai immaginati di definire in quel modo. Bellissima la “casa del persempre” (scritto unito nel testo), suggestiva e perfettamente raccontata la “casa della voce”, ovvero una cabina telefonica.

“È il palcoscenico perfetto dell’intimità. Chiunque vi soggiorni sta in proscenio; chiunque passi è invitato a guardare la messa in scena di un dialogo privato, soprattutto a osservare quel che le parole, dette o ricevute, producono sul corpo. Incorniciata dal cassone verticale, è messa in piazza l’espressione fisica del sentimento”.

Allora ti guardi intorno, osservi i mobili e gli oggetti che popolano le stanze in cui vivi e gli dai una nuova forma, un nuovo significato, osservandoli per davvero. Diventano la storia del giorno in cui li hai spostati, acquistati, o del viaggio che hanno fatto insieme a te.

E poi guardi indietro, a quelle che hai abitato o che hai soltanto attraversato, mutando pelle, aspetto, desideri. Pensi alle persone che non abitano più certe cucine, ai gesti che si ripetono solo nei ricordi.

Ti perdi nei pensieri, immaginando le case che potrebbero aprirti le loro porte, ricordando i momenti di socialità che oggi sono illusioni, riflettendo su nuove forme di relazioni che hanno costretto a mostrare un pezzetto della propria casa un po’ a chiunque, dalle immagini di una webcam.

Bellissimo verso la fine del romanzo, un passaggio su Roma, anno 2020, in cui non c’è bisogno di contestualizzare: “Roma dunque è sempre Roma, ma senza corpi per le strade, è perfetta per le foto dai balconi, dove sta asserragliata la cittadinanza. Ma nessuno vuole farle, le foto, la bellezza senza uomini spaventa, svela la sua natura di invenzione e di commercio, il suo nesso con il capitalismo: se non c’è nulla da vendere c’è poco da guardare”.

“Il libro delle case” di Andrea Bajani è un romanzo diverso da quelli che si trovano in giro. Capitoli brevi permettono al lettore di inserirsi nella narrazione, di sbirciare da una serratura, e di aprire una porta che era rimasta accostata. Di vivere quelle parole e di farle proprie, compiendo in pieno la magia di una storia che smette di essere di chi la scrive quando arriva nelle mani di chi la legge.

Un pensiero riguardo ““Il libro delle case” di Andrea Bajani: stupefacente

  • 7 Agosto 2021 in 9:18 pm
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    Complimenti! bella recensione. Sto leggendo il libro

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