“Fahrenheit 451” di Ray Bradbury: un racconto lucido e visionario delle storture umane

Partecipando alla Challenge organizzata dalle incredibili Laura (La Libridinosa) e Laura (La Biblioteca di Eliza) ho scoperto libri e autori che non conoscevo e ai quali, senza la loro “spintarella”, probabilmente non mi sarei mai avvicinata (e poi, appassionata!).

Per il settimo giro avevo come obiettivo leggere un libro il cui titolo inizi per F. Ho trovato molti più titoli nella sezione “classici” che tra le novità, e alla fine, tra una smorfia di Maria Teresa e l’entusiasmo di Luciano, ho preso “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury (Mondadori).

Come mi capita spesso, ho cercato in rete articoli o recensioni prima di parlarne sul blog. Penso che su questo libro non ci possa essere molto da aggiungere o da speculare, ma ci proverò lo stesso.

Il testo appare per la prima volta in forma di racconto breve, dal titolo “The Fireman”, e pubblicato nel numero di febbraio del 1951 della rivista Galaxy Science Fiction e, in italiano, sulla rivista Urania in due puntate (nn. 13 e 14, novembre e dicembre 1953) con il titolo “Gli anni del rogo”. In forma di romanzo fu pubblicato per la prima volta nel 1953 su Playboy, sul secondo, terzo e quarto numero.

Il fatto che questa analisi così perfetta della nostra società di massa sia stata scritta più di sessant’anni fa e che fu pubblicata per la prima volta su Playboy sono già due elementi parecchio interessanti. Il primo perché Bradbury è stato un visionario che sapeva perfettamente da quale onda stava per essere travolta la società (“Film, radio, riviste, libri si sono tutti livellari su un piano minimo, comune. Giornali tutti titoli e notizie, le notizie praticamente riassunte nei titoli. Tutto viene ridotto a pastone, a trovata sensazionale, a finale esplosivo”; e ancora: “La gente assimila sempre meno. Tutti sono sempre più impazienti, più agitati e irrequieti”); il secondo perché nessun editore voleva rischiare la pubblicazione di un libro così fuori dal coro (“Tutti non fanno che dire le stesse cose e nessuno dice qualcosa di diverso dagli altri“).

La straordinarietà di questo libro, a mio modestissimo parere, sta nella contrapposizione che si innesta, pagina dopo pagina, tra l’incertezza del protagonista, Guy Montag, e la forza del fuoco; tra le fragilità dell’incendiario e la potenza distruttrice del fuoco.

Nella società descritta dall’autore, i militi del fuoco si adoperano per distruggere i libri, per bruciarli. Non è la prima volta nella storia dell’umanità che per paura di qualcosa (o di qualcuno) si ricorre ai roghi, ma la discussione che si potrebbe aprire sarebbe fin troppo ampia.

Guy è uno di loro, ma non è felice. Si sente strano, fuori dal coro, nessuno si preoccupa di lui, nessuno gli fa una domanda. “Sono maledettamente infelice. Sono furente e non so perché. Potrei perfino mettermi a leggere libri!”.

Poi una notte incontra la piccola Clarissa e lì, o forse prima, al parco quando ha parlato con il professore di Lettere che poi incontrerà nuovamente, si apre la prima crepa. Clarissa con lui è lapidaria: “Mi sembra tanto strano che siate nelle squadre d’incendio. Non mi pare giusto; in certo qual modo è una cosa che non vi somiglia”. Io per prima mi sono sentita come colpita dritta allo stomaco con una frase così. “È una cosa che non vi somiglia“.

Guy inizia a farsi domande sul suo lavoro, si chiede cosa c’è di speciale nei libri, ne porta uno a casa con sé, nonostante sia vietato dalla legge, anche se poi scopriamo che ne aveva nascosti decine in casa. Purtroppo la moglie Mildred, completamente stordita dalle pareti di casa, una sorta di televisione interattiva che le ha fatto il lavaggio del cervello, non riesce a essere un interlocutore valido, sembrano parlare due lingue differenti. Capisce che deve cercare aiuto da qualche parte, un maestro che possa spiegargli ciò che non riesce a comprendere e gli viene in mente quel vecchio professore, Faber.

“Che cosa vi ha scosso talmente? In che modo la torcia vi è stata strappata di mano?”
“Non lo so. Abbiamo tutto quanto occorre per essere felici, ma non siamo felici. Manca qualche cosa. Mi sono guardato intorno. La sola cosa che abbia visto mancare positivamente sono i libri che io avevo bruciato in questi ultimi dieci o venti anni. E allora ho pensato che i libri forse avrebbero potuto essere utili”.

E poi c’è il fuoco. “Che cos’è il fuoco? È un mistero“. Il capitano Beatty ci ammalia con il suo ragionamento.

La sua vera bellezza è nel fatto che il fuoco distrugge responsabilità e conseguenze. Un problema diventa troppo arduo? Presto, gettalo nelle fiamme e non se ne parli più. Ora, Montag, tu sei un uomo troppo arduo a trattarsi. E il fuoco mi toglierà dalle spalle il tuo peso, in modo pulito, rapido, sicuro; nulla che possa marcire poi. Antibiotico, estetico, pratico. 

Gìà. “Antibiotico, estetico, pratico”, ma anche “luce e soprattutto purificazione”. Guy teme il fuoco ma, allo stesso tempo, come tutti in fondo, ne è rapito, affascinato. E solo alla fine del libro capirà che può avere un altro scopo, ma soprattutto, che deve fare un passo indietro.

Capì che non avrebbe dovuto appiccare il fuoco mai più in vita sua. Il sole ardeva ogni giorno. Bruciava il Tempo. Il mondo correva frenetico in un circolo e girava sul suo asse e il tempo era occupatissimo a consumare, bruciandoli, gli anni e la gente, in ogni modo, senza aver bisogno del suo aiuto. Cosicché, se lui bruciava le cose con i militi del fuoco e il sole bruciava il Tempo, ciò voleva dire che tutto ardeva! Uno di loro doveva cessare di ardere. E non sarebbe stato certo il sole. 

Il fuoco quindi come morte e distruzione, ma anche come vita e rinascita. Così come l’uomo che distrugge, con la guerra in questo caso, per poi ripartire dall’oscurità alla ricerca della luce.

Questa è la cosa meravigliosa dell’uomo: che non si scoraggia mai, l’uomo, o non si disgusta mai fino al punto di rinunciare a rifar tutto da capo, perché sa, l’uomo, quanto tutto ciò sia importante e quanto valga la pena di essere fatto. 

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