“Due volte a settimana” di Ernesto Valerio: la nostra vita è spiegata dalle cose che ci circondano

“Due volte a settimana” di Ernesto Valerio (PresentARTsì) è stato senza dubbio una lettura interessante. Ci sono cose che non avevo mai compreso fino in fondo, come l’attaccamento che certa gente prova nei confronti degli oggetti che raccontano il passato, forse perché io tengo addosso ogni giorno ciò che per me conta davvero, il resto potrebbe anche essere sostituito e non ne soffrirei poi molto. Tranne per i bottoni della foto, ereditati da mia nonna.

Elio Toso colleziona cosa vecchie, cerca nelle cantine altrui, rovista nel passato delle persone, tra gli oggetti che gli appartenevano. Lo fa spinto dal “desiderio di tornare a un tempo che non sia complicato come il nostro”, un mondo che sembra più leggibile. Lo fa con metodo, ordinando, etichettando, aggiustando, rivendendo. A volte lo chiamano, per vedere se c’è qualcosa di buono tra i ricordi accatastati alla rinfusa in un magazzino, altre è lui ad andare alla ricerca di tesoro prezioso.

È nella ricerca vera, quella nei mercatini, nelle soffitte e nelle cantine, nell’effettiva storia di utilizzo di quell’oggetto, nei segni lasciati dal tempo, dalla noncuranza o dal troppo affetto, che nasce il desiderio di formarsi con e negli oggetti: creare con loro, e dentro di loro, una identità.

Questa passione diventa un lavoro (a volte sembra quasi un agente segreto per il modo discreto in cui si muove negli ambienti o per il modo in cui viene “contattato”) e la sua vita si intreccia a quella di altre persone: chi vive un lutto, chi una perdita, chi non riesce ad andare avanti, chi vuole costruirsi un futuro. Tutti in qualche modo legati a degli oggetti, cose che riempiono quotidianamente le nostre esistenze, materia che diventa intangibile quando si trasforma in ricordo, sia esso un momento che un’emozione.

 

Procediamo a casaccio a volte, come gli oggetti ammassati qui dentro. Prendiamo la vita come viene, costruendoci un po’ alla volta una riserva di ricordi. E nella società delle cose, una riserva di ricordi è anche una riserva di oggetti. “Vita che si aggiunge a vita”, mi ripetevo dentro come una litania. Me la sarei appuntata da qualche parte quella frase.

Suo padre Angelo era bravo “con le cose da sistemare”. Anche lui era metodico e organizzato, forse per via del lavoro di commercialista. Mi è sembrato quasi di vederlo Angelo, composto, elegante, dai modi gentili. Una di quelle persone alle quali sorrideresti per strada. Mi è sembrato familiare, non capita spesso con i personaggi di un libro.

Elio e Angelo hanno un bel rapporto, ridono sempre quando si sentono per telefono, due volte a settimana. Parlano di libri, Elio gli racconta cosa ha trovato o dove sta andando, sentendosi sedicenne ogni volta che arriva “la morale” a fine chiamata. Elio secondo me ha amato moltissimo suo padre, un uomo che ha avuto una grande influenza su di lui senza però essere una figura opprimente. Con garbo faceva parte della sua vita, e con garbo è andato via.

Da Angelo ho capito che forse devi aver vissuto tanto prima di imparare davvero cosa significa “conservare veramente tutto”, come se toccare le cose potesse “mantenere viva l’esistenza vissuta”. Io ancora sto costruendo la mia riserva di ricordi, nella speranza che il mio cuore possa sempre conservare un angolo vuoto per quelli che devono arrivare.

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