“Il metodo del Coccodrillo” di Maurizio de Giovanni: un giallo perfetto

Leggere “Il metodo del coccodrillo” (Einaudi) a Napoli, e per giunta dopo una dedica e due baci da parte di Maurizio de Giovanni, è stato come dare il primo morso alla pizza fritta: indimenticabile.

TRAMA – Un killer freddo e metodico sta seminando il panico in città. Lo chiamano il Coccodrillo. Come il rettile sa aspettare la preda e colpirla al momento giusto, e dopo aver ucciso piange, o almeno cosí sembra. Delle indagini finirà con l’occuparsi, quasi per caso e con disappunto dei superiori, un ispettore siciliano trasferito da Agrigento per punizione. Un pentito lo ha accusato di collaborare con la mafia e lui ha perso ogni cosa: il lavoro, la moglie, la figlia. Il suo nome è Giuseppe Lojacono e sorprenderà tutti, tranne il giovane magistrato Laura Piras, donna brusca e appassionata che crede in lui da subito. I due avranno modo di incontrarsi di nuovo: a Pizzofalcone.

Finalmente anche io ho letto un romanzo di Maurizio de Giovanni! “Il metodo del Coccodrillo”, dove appare per la prima volta l’ispettore Giuseppe Lojacono, è un giallo assolutamente perfetto, a cui davvero non manca nulla. Quando leggi un libro così capisci perché l’autore rimane per settimane in cima alle classifiche di vendita e crea dipendenza (come la pizza fritta, del resto).

Mi piace come ne “Il metodo del Coccodrillo” il personaggio di Lojacono sia quasi tratteggiato. Provo a spiegarmi. L’autore ci racconta benissimo di lui, conosciamo la sua postura, i suoi occhi, parte dei suoi tormenti, le sue abitudini, ma sin da subito ho avuto la sensazione, proprio fisica, attaccata alla pelle, che ci sia ancora molto altro da sapere. E non l’ho avuta perché so che ci sono altri libri che lo vedono come protagonista, ma perché me l’ha fatto capire l’autore. È stato come se mi avesse lasciato intendere che c’è tanto da scoprire, ma che non è ancora il momento, che devo avere pazienza. Ma quanto è difficile descrivere una sensazione?

Per de Giovanni non lo è per nulla, invece. Ci sono tanti personaggi ne “Il metodo del Coccodrillo” e ognuno viene raccontato attraverso le proprie emozioni, i sogni, i desideri, le preoccupazioni, le speranze. Li ho visti tutti, a uno a uno. Anche se appaiono per poche pagine, per pochi frammenti, l’autore è stato in grado di fornirmi gli elementi necessari per delineare il quadro completo. Ovviamente, lasciando il posto anche per il colpo di scena, sapientemente imbastito, capitolo dopo capitolo.

Il vero pugno allo stomaco, però, me l’ha dato il sostituto procuratore Laura Piras. Le sono bastate una paio di frasi, una me la tengo per me perché racconta un po’ troppo della sua storia personale ed evito eventuali spoiler, l’altra è stata: “Sorrise al ricordo di quanto venire da un’isola ti renda diverso e determinato per tutta la vita”. L’ispettore Lojacono e la dottoressa Piras vengono da due isole, siciliano il primo, sarda la seconda. Il tema dell’isola torna spesso nelle mie letture, a volte senza che io ne sia consapevole, e ogni volta mi tocca anche fare un po’ i conti con me stessa.

Ma ci tengo a sottolineare un’altra cosa. Molto spesso si fa di “tutto il Sud un fascio”. Viviamo di stereotipi, inutile negarlo, e per molti sembra non esserci differenza tra una regione e un’altra. Ecco, vorrei dire che non ce n’è tanta, ma c’è. Nei cinque giorni in cui Napoli mi ha ospitata ho vissuto la città fino in fondo e ho capito cosa ci unisce e cosa no. Lo sa benissimo anche de Giovanni che ha impreziosito questo suo romanzo di sfumature, cogliendo le peculiarità e mettendole in luce nei suoi personaggi. Questa cura del dettaglio e del particolare è la stessa che si trova nella strutturazione della trama che, in special modo per un giallo, è davvero fondamentale.

Ne “Il metodo del Coccodrillo” c’è, più di ogni altra cosa, il dolore. Il dolore che corrode, giorno dopo giorno, e che scava solchi profondi, come fa l’acqua, goccia dopo goccia, con la pietra. In quei solchi è facile che nasca l’odio, la sete di vendetta. Non c’è posto per la rassegnazione, per la pace, nemmeno con la morte, che è l’unica che può scrivere davvero la parola fine.

Torno a parlare di Napoli, perché ho finito di leggere “Il metodo del Coccodrillo” facendo colazione in un bar accanto al Museo Cappella di Sansevero dove è conservato il “Cristo velato”. So che può sembrare un paragone forte, ma continua a tornarmi l’immagine di quel viso. Il totale abbandono dove non c’è più spazio per il dolore, una quiete che arriva dopo che si è placato. Questa contrapposizione intorno al dolore mi ha reso la lettura ancora più indimenticabile.

A questo punto, non mi resta altro che continuare la serie con “I bastardi di Pizzofalcone“!

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3 pensieri riguardo ““Il metodo del Coccodrillo” di Maurizio de Giovanni: un giallo perfetto

  • 30 maggio 2018 in 7:50 am
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    Questo sarà il mio prossimo de Giovanni, dopo aver conosciuto Ricciardi e Sara, non vedo l’ora.
    Bacio (e aspetto il cornetto)

    Risposta
  • 30 maggio 2018 in 12:02 pm
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    Lo sapevo che a Maurizio de Giovanni sarebbe piaciuto il tuo nome!!!
    Considerazione seria: mi piace la tua recensione e le sfumature che hai saputo cogliere ed evidenziare.
    Ps: Bacci vai a leggere Il Metodo, su su!

    Risposta
    • 30 maggio 2018 in 10:05 am
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      Detto da te, che sei la maggiore esperta di de Giovanni che conosca, mi fa molto piacere! Grazie!

      Risposta

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