“Soldato tartaruga” di Melinda Nadj Abonji: inatteso

“Soldato tartaruga” di Melinda Nadj Abonji (Keller) è un percorso non sempre semplice nei sogni di un ragazzo che guarda al mondo con gli occhi pieni di bellezza.

TRAMA – Zoltán Kertész, un ragazzo con occhi azzurri che non si dimenticano, vive al confine tra Serbia e Ungheria. Da quando è caduto dalla motocicletta del padre non è più lo stesso: sposta sacchi di farina in un retrobottega, cura teneramente i fiori del suo giardino e per il resto passa il tempo riempiendo di parole inventate le caselle del cruciverba. Il suo mondo è tutto lì. Quando, nei primi anni Novanta, la Iugoslavia si dissolve e scoppia la guerra, i militari si presentano a casa per arruolarlo a forza nell’Armata popolare, ma Zoltán non è fatto per il mondo cieco e cinico dell’esercito, non ne comprende il senso e finisce sempre per fare le domande sbagliate nei momenti sbagliati…

Non è la prima volta che rimango sorpresa, spiazzata, da un romanzo pubblicato da Keller. Mi è già capitato più di una volta in passato, forse ormai dovrei averci fatto l’abitudine, e invece avere tra le mani un romanzo inatteso mi continua a riempire di meraviglia.

Chi legge molto ha, secondo me, spesso bisogno di stimoli nuovi. Che sia una trama particolarmente avvincente, uno stile narrativo originale o profondamente emozionante.

In “Soldato tartaruga” quello che succede è imbattersi in un personaggio fuori dal comune, raccontato con una potenza narrativa che stupisce, una piena comprensione dell’Altro che si manifesta attraverso uno stile serrato, continuo, distorto, faticoso, ma del tutto coerente.

Chi è Zoli? Nei suoi occhi “confluiva qualsiasi cosa, senza ostacoli, senza filtri. Assorbivano tutto quel che c’era, inclusa la parte nascosta e che nascosta doveva restare. Il suo sguardo conosceva segreti che noialtri non conoscevamo”.

Questo già ci dà la misura di quanto sia speciale. Un’unicità che, il più delle volte, cammina a fianco dell’incomprensione. Della mancata volontà di accedere a una visione del mondo differente. 

Il suo sguardo sulle cose piccole, su quelle dimenticate, è così luminoso e limpido da essere spiazzante, oltre che profondamente commovente. Immerge le dita nel fango, guarda le formiche, si prende cura dei suoi fiori, cataloga, raccoglie, presta attenzione alle parole.

Ma per chi gli sta intorno queste sono cose da “strambo”, sono cose che non dovrebbero interessargli. 

Sì, sono un pagliaccio, un mangialettere, uno spaventapasseri, il cretino col mestolo, così mi chiamano, o Zoli il mostro con gli occhi a palla!, ma non me ne importava proprio niente di tutti i nomignoli – e poi, chi può voler male a uno spaventapasseri?

L’unica che lo capisce è sua cugina Anna. La quale, provando a leggere la diagnosi della dott.ssa Mirjana Glavaški, specialista di Igiene mentale sul lavoro, si domanda: “Cosa si nasconde dietro la sequenza inferiori alla media, infantile, incomprensibile? Cosa significa definire inspiegabile il comportamento di una persona?”.

Anna proverà a comprendere cosa è successo a suo cugino, perché l’esercito non ha capito che quello non era il posto per lui, ma le risposte ci arriveranno dal racconto di Zolti, a volte così concitato da mozzare il fiato. Zolti che si rivolge a un ascoltatore, al quale chiede se gli sta prestando attenzione, e perché non si è accorto che ha smesso di balbettare. Io ti ho ascoltato, per quel che vale. 

E non dimentico. Mi dispiace, ma nemmeno le ultima pagine sono state capaci di farmi vedere Zorka, sua madre, con occhi diversi. L’ho detestata sin da subito e il mio sentimento nei suoi confronti non è cambiato. Come ha potuto non ascoltare? Non vedere? Non rispondere a una richiesta che si fa sempre più implorante?

Melinda Nadj Abonji in “Soldato tartaruga” ci regala un personaggio indimenticabile e un romanzo toccante che sfida la durezza della guerra con la poesia della lingua. 

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