“Piovevano uccelli” di Jocelyne Saucier: un tira e molla tra la vita e la morte

Piovevano uccelli” di Jocelyne Saucier (Iperborea) è stato un libro sorprendente. Un tira e molla tra la vita e la morte, che non manca di stupire.

TRAMA – Tre ottantenni che amano la libertà hanno scelto di vivere gli ultimi anni a modo loro, quasi senza contatti con la società, ciascuno nella propria capanna di legno nel folto della foresta canadese dell’Ontario settentrionale: Charlie, che ha rifiutato un destino di cure ospedaliere, Tom, che ha voltato le spalle a una vita dissoluta tra alcolismo e assistenti sociali, e Boychuck, taciturno e dall’oscuro passato. Unico contatto con il mondo esterno sono due personaggi ai margini della società: Steve, gestore di un albergo fantasma nella foresta, e Bruno, intraprendente coltivatore di marijuana. La visita di una fotografa sulle tracce degli ultimi sopravvissuti ai Grandi Incendi che hanno devastato la regione quasi un secolo prima sembra solo una breve parentesi nel loro isolamento, ma quando un’altra donna, fuggita dall’ospedale psichiatrico, arriva in quell’angolo sperduto del mondo, niente sarà più come prima: con l’aiuto dei suoi nuovi amici, l’anziana Marie-Desneige, un essere etereo e delicato che custodisce il segreto di amori impossibili, riuscirà a riprendere in mano la sua vita e a cambiare per sempre le regole di quella piccola e insolita compagnia. Il cauto, rigoroso rispetto degli spazi di ciascuno lascia il posto a un nuovo senso di comunità, a una condivisione delle emozioni e degli affetti che solo chi ha a lungo vissuto e sofferto può esprimere nella loro pienezza. Sullo sfondo silenzioso dei grandi spazi del Nord canadese, tra drammi del passato e nuove tenerezze del presente, Piovevano uccelli costruisce una storia luminosa di dignità e sopravvivenza, innalzando un inno alla libertà, fosse anche quella di ritirarsi dal mondo e scegliersi un’altra vita o quella di morire.

“La libertà di vivere o di morire, non c’è niente di meglio per scegliere la vita”

Probabilmente non ci poteva essere momento migliore per leggere un romanzo che ragiona intorno alla vita e alla morte. Sulla possibilità di scegliere come attraversare questo mondo e come – e quando – lasciarlo.

In “Piovevano uccelli” lo si fa con grazia, con sobrietà, con poche convinzioni, con altre che sono pronte a essere capovolte. Perché la vita può anche sorprenderti.

Perché si può rinascere, perché si “può avere una vita” quando ormai tutto è sbiadito. Perché si può vivere la vita degli altri, oppure vivere gli anni che restano imprigionati in dei ricordi.

Lo stile di Jocelyne Saucier in “Piovevano uccelli” è semplice ma di grande impatto, capace di evocare immagini potenti, proprio come fanno i dipindi di Ted, o gli scatti della fotografa.

Un romanzo che smette di sembrare onirico, quando, verso la fine, si riallaccia a quegli “E se” così reali con cui puntelliamo la vita. Quegli irrisolti, quegli “appuntamenti mancati”, a cui mangari non si sapeva nemmeno di essere stati invitati. “In questa storia molte cose sono rimaste in sospeso”, è forse è giusto così. Perché è così che va la vita, no?

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