“Il morso della vipera” di Alice Basso: straordinario!

Di norma, dopo aver amato molto un romanzo, non si vede l’ora di leggerne un altro dello stesso autore, che sia il successivo o uno precedente. A volte, però, è possibile rimanere delusi, chiedersi che fine abbia fatta quella narrazione che tanto ci aveva catturato la prima volta, rimpiangendo di non esserci fermati a quel bel ricordo.

Con i cinque libri di Alice Basso con protagonista Vani Sarca (e il commissario Berganza, sospiro), non mi è mai successo, anzi. È stato un crescendo di emozioni, di risate, di sorprese (promemoria per chi ancora deve recuperare la serie: “L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome”, “Scrivere è un mestiere pericoloso“, “Non ditelo allo scrittore“, “La scrittrice del mistero” e “Un caso speciale per la ghostwriter).

Così ho comprato “Il morso della vipera” (Garzanti) con assoluta tranquillità, senza alcun tentennamento, sapendo che l’avrei adorato come tutti gli altri romanzi di Alice Basso. Ma mi sbagliavo.

Perché l’ho amato un pizzichino di più.

TRAMA – Il suono metallico dei tasti risuona nella stanza. Seduta alla sua scrivania, Anita batte a macchina le storie della popolare rivista Saturnalia: racconti gialli americani, in cui detective dai lunghi cappotti, tra una sparatoria e l’altra, hanno sempre un bicchiere di whisky tra le mani. Nulla di più lontano dal suo mondo. Eppure le pagine di Hammett e Chandler, tradotte dall’affascinante scrittore Sebastiano Satta Ascona, le stanno facendo scoprire il potere delle parole. Anita ha sempre diffidato dei giornali e anche dei libri, che da anni ormai non fanno che compiacere il regime. Ma queste sono storie nuove, diverse, piene di verità. Se Anita si trova ora a fare la dattilografa la colpa è solo la sua. Perché poteva accettare la proposta del suo amato fidanzato Corrado, come avrebbe fatto qualsiasi altra giovane donna del 1935, invece di pronunciare quelle parole totalmente inaspettate: ti sposo ma voglio prima lavorare. E ora si trova con quella macchina da scrivere davanti in compagnia di racconti che però così male non sono, anzi, sembra quasi che le stiano insegnando qualcosa. Forse per questo, quando un’anziana donna viene arrestata perché afferma che un eroe di guerra è in realtà un assassino, Anita è l’unica a crederle. Ma come rendere giustizia a qualcuno in tempi in cui di giusto non c’è niente? Quelli non sono anni in cui dare spazio ad una visione obiettiva della realtà. Il fascismo è in piena espansione. Il cattivo non viene quasi mai sconfitto. Anita deve trovare tutto il coraggio che ha e l’intuizione che le hanno insegnato i suoi amici detective per indagare e scoprire quanto la letteratura possa fare per renderci liberi. Tutto quello che passa dalla penna di Alice Basso risplende di unicità e stile. Dopo aver creato Vani Sarca, uno dei personaggi più amati degli ultimi anni dai lettori e dalla stampa, l’autrice torna con una nuova protagonista indimenticabile: combattiva, tenace, acuta, sognatrice. Sullo sfondo di una Torino in cui si sentono i primi afflati del fascismo, una storia in cui i gialli non sono solo libri ma maestri di vita.

Di solito, nella promozione di un romanzo si tende – come è normale che sia – ad abbellire e a ingigantire. Quindi trovandosi davanti alla frase: “Tutto quello che passa dalla penna di Alice Basso risplende di unicità e stile”, come si legge della trama fornita dalla casa editrice, probabilmente un lettore che non conosce questa autrice (e qui dovrei aprire una parentesi – come in realtà ho appena fatto – per dire che ogni lettore dovrebbe ritenersi tale solo dopo aver letto Alice Basso) potrebbe alzare gli occhi al cielo e pensare che sia un’affermazione un tantino esagerata.

Eppure.

Eppure io posso dirvi che non è così. A mio avviso, nel panorama della letteratura contemporanea non c’è un’altra autrice (o un altro autore) con la capacità narrativa di Alice Basso, in grado di creare personaggi straordinari, annodandoli a trame sempre originali, con il suo stile inconfondibile che la rende davvero unica.

Ne “Il morso della vipera” ha fatto un ulteriore passo in avanti: ha inserito questi due elementi in un contesto specifico che diventa esso stesso protagonista e porta con sé riflessioni di tipo storico e sociale. Senza mai dimenticare il suo amore per le storie e per le parole.

Possibile che delle banalissime parole, scelte in un certo modo, messe in un certo ordine, siano capaci di cambiarti la vita?

Assolutamente sì, ed è quello che succede alla giovane e bella Anita, protagonista de “Il morso della vipera“. Siamo a Torino nel 1935 e non è difficile immaginare cosa significhi essere una ragazza (bella, molto bella) in quegli anni. Spille da balia per attaccare la gonna in modo che non si muova troppo quando si cammina, un unico destino nel quale sono compresi sei (sei!) figli, nessuna possibilità di non trovarsi d’accordo.

Se pensiamo che a tutto questo si aggiungono le disposizioni del Duce, le camicie nere e tutto il resto, le possibilità di avere idee proprie è ancora più lontana.

Eppure.

Eppure Anita, non si sa bene come né perché, quando Corrado le chiede di sposarla lei gli dice che sì, va bene, ma prima di chiudersi in casa a preparare cene e allattare figli (sei!), vorrebbe lavorare.

Sì, lavorare. E il povero Corrado viene intortato per bene. Così bene che è lui stesso a pensare che ad Anita questo lavoro servirà per essere una madre migliore per i loro (sei!) figli.

Ma Anita a scuola non era un granché brava (“ci sei andata per imparare a dormire seduta”, le dice sua madre), di certo non come la sua amica Clara, dattilografa già impegnata in un’azienda. Quindi le sue opzioni sono poche e finisce per fare il colloquio in una casa editrice.

Già da quel colloquio si capisce quanto Anita sia in gamba e sveglia. Non avrà studiato ma conosce le persone, sa come giocarsi bene le sue carte e soprattutto fingersi scema. Se una è così bella, mica potrà essere pure intelligente, no?

Eppure.

Eppure Anita lo è, eccome. La casa editrice realizza la rivista Saturnalia, nella quale vengono tradotti racconti pulp e hard boiled di scrittori americani e, per fare contento il regime, la storia tutta italiana di un commissario molto particolare. A tradurre e a scrivere queste storie è Sebastiano Satta Ascona (mi porto avanti con dei sospiri preventivi).

Tra i due ci saranno incomprensioni e poi complicità. Ma soprattutto, ci saranno parole, storie. Anita, ne “Il morso della vipera“, scoprirà che ci sono libri che le piacciono, capirà quale potrebbe essere il potere della letteratura, quanta forza c’è dietro quelle piccole lettere battute con forza sulla sua Olivetti. Bellissimo il passaggio in cui Alice Basso paragona la narrativa a una figlia femmina:

È il problema della narrativa, probabilmente, e – si immagina Anita – dev’essere un po’ come avere una figlia femmina: una volta che è in giro da sola, non sai mai come si comporterà, di chi farà conoscenza, cosa gli dirà, chi se la porterà a casa, chi ti porterà a casa lei.

Ci saranno delle morti, nuove storie da raccontare, e tanto altro, tutto da scoprire.

Il morso della vipera” si legge davvero d’un fiato. Curato e dettagliato con precisione il contesto storico e sociale, così come le descrizione della Torino di quegli anni.

Mai scontato il giallo intrecciato alla trama principale; brillanti e pieni di ironia i dialoghi; per nulla banali le relazioni tra i personaggi e le loro caratteristiche. Coinvolgente e appassionante, una storia fatta anche di cose semplici ma che portano addosso significati sempre profondi.

Sì, “Il morso della vipera” mi è piaciuto tanto. Anita è un personaggio straordinario e in merito a Sebastiano conto di affezionarmi ancora di più a lui andando avanti. Perché sì, è necessario avere altri libri su loro due. Tanti altri libri. Vero, Alice?

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