“Eredità” di Vigdis Hjorth: un romanzo tagliente

“Eredità” di Vigdis Hjorth (Fazi) è un romanzo duro, tagliente, doloroso. Una narrazione straordinaria che fa male e che non perdona.

TRAMA – Quattro fratelli. Due case a picco sul Mare del Nord. Un dramma familiare sepolto nel silenzio da decenni. Tutto comincia con un testamento. Al momento di spartire l’eredità fra i quattro figli, una coppia di anziani decide di lasciare le due case al mare alle due figlie minori, mentre Bård e Bergljot, il fratello e la sorella maggiori, vengono tagliati fuori. Se Bård vive questo gesto come un’ultima ingiustizia, Bergljot aveva già messo una croce sull’idea di una possibile eredità, avendo troncato i rapporti con la famiglia ventitré anni prima. Cosa spinge una donna a una scelta così crudele? Bård e Bergljot non hanno avuto la stessa infanzia delle loro sorelle. Bård e Bergljot condividono il più doloroso dei segreti. Il confronto attorno alla divisione dell’eredità sarà l’occasione per rompere il silenzio, per raccontare la storia che i familiari per anni hanno rifiutato di sentire. Per dividere con loro l’eredità – o il fardello – che hanno ricevuto dalla famiglia. Per dire l’indicibile.

Sono queste le reti in cui rimaniamo impigliati, quelle che vengono intessute durante i primissimi anni di vita?

“Eredità” di Vigdis Hjorth non è un romanzo facile, ma di sicuro è fuori dal comune. Non tanto per i temi affrontati, quanto a mio avviso per lo stile dell’autrice, per alcune sue scelte narrative che hanno dato maggiore potenza alla storia e alla sua protagonista.

Conosciamo questa famiglia quando iniziano le prime dispute per l’eredità. Quattro fratelli, due case al mare che però vengono intestate solo a due sorelle. Astrid e Åsa.

Bård e Bergljot, il fratello e la sorella maggiori, hanno tagliato i ponti con il resto della famiglia, ma adesso, che c’è da dividere i beni, chiedono di essere ascoltati. Non tanto per i soldi – almeno da parte di Bergljot – quanto per il fatto di non voler lasciarsi tutto alle spalle. Dividere in modo non equo significa ancora una volta negare quello che è stato.

Andando avanti nella lettura, si entrerà nelle maglie del passato di Bergljot, scoprendo cosa è successo quando aveva 5 anni, e come questo abbia influito su ogni cosa. Sul rapporto con i suoi genitori, con le sue sorelle, sulla fine del suo matrimonio, sul lavoro.

Una donna distrutta, che alterna momenti di lucidità ad altri pieni di nevrosi. Ed è in quei momenti che la scrittura di Vigdis Hjorth si fa incredibilmente potente: frasi corte, ritmo serrato, continue domande, ripetizioni.

Ripetizioni di parole, di gesti, di movimenti. Un lavoro incredibile che ha conferito maggiore concretezza al personaggio, rendendolo reale. E credo che sia stato fondamentale la sintonia tra autore ed editor.

Della trama di “Eredità” non anticipo nulla, ovviamente. Non tanto perché è un susseguirsi di eventi, quanto perché ce n’è uno cardine intorno a cui tutto ruota e si dipana. Ma posso dirvi che ogni aspetto della vicenda di Bergljot viene analizzato con grande attenzione. Persino i sogni, e non mancano i riferimenti a Freud e a Jung.

Di grande impatto il modo in cui sono delineati i rapporti tra Bergljot e gli altri protagonisti del romanzo, specie quelli con la madre e con la sorella Astrid. Bergljot va indietro con la mente e distende man mano, con profonda lucidità e ferocia, i ricordi, coglie il vero senso dietro a ogni gesto, interpreta in modo nuovo anche quelli che sembravano dei regali.

Ho odiato Astrid e la madre di Bergljot. Le ho odiate senza volermi mettere nei loro panni, senza concedere loro il beneficio del dubbio, anche se la protagonista prova a dare delle spiegazioni. Io non le ho volute ascoltate. Ho preferito rimandere sorda, esattamente come loro.

Straziante la parte finale, quando Bergljot ammette di essere solo stanca. Stanca di ripetersi, di non essere capita, di non essere ascoltata. Creduta, accolta, compresa.

Una stanchezza distruttiva che non può cessare di essere tale.

“Eredità” di Vigdis Hjorth non è uno di quei romanzi che si divora con animo lieve. Le pagine scorrono via in modo febbrile, alternando diversi stati d’animo. Si vuole sapere e allo stesso tempo rimanere all’oscuro. Una voce, quella di Bergljot, che sarà difficile dimenticare.

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4 pensieri riguardo ““Eredità” di Vigdis Hjorth: un romanzo tagliente

  • 22 Maggio 2020 in 12:25 pm
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    Sembra davvero una bellissima lettura. Spero di leggerlo presto anche io ☺️☺️

    Risposta
  • 4 Giugno 2020 in 9:07 pm
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    Non sai se la delusione che ti assale, dopo essere arrivato alla fine del “ romanzo “, sia per la delusione e la stanchezza della protagonista stessa o perché effettivamente manca una conclusione, il “ passare all’atto “ degli attori sulla scena.
    Tutto appare, mirabilmente rappresentato peraltro, come una serie di prove teatrali senza fine. La tragedia non andrà mai in scena e tutto l’allestimento, tutti gli sforzi della protagonista e dei comprimari, cadrà nel nulla.
    Se l’autrice voleva dimostrare, in senso psicoanalitico, cosa significa una “ analisi interminabile “, ha centrato l’obbiettivo.
    Ibsen incombe su questa opera in maniera assoluta, quasi prevaricante.
    Opera norvegese di autore norvegese, influenzata dalla massima autorità culturale della Norvegia..

    Risposta
    • 5 Giugno 2020 in 5:48 am
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      Condivido in pieno, credo sia proprio l’analisi psicologica sia il fulcro della narrazione.

      Risposta

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