“L’inferno è vuoto” di Giuliano Pesce: un mix di pulp e filosofia

Nella quarta di copertina de “L’inferno è vuoto” di Giuliano Pesce (Marcos y Marcos) si legge: “Un romanzo on the rocks che scorre a perdifiato”. Dopo averlo letto, credo che non ci possa essere definizione più azzeccata di questa! Un libro che, lo ammetto, mi ha davvero sorpresa.

TRAMA – È domenica e tutto va storto. Il papa si butta dal balcone e Roma affonda nel caos. A Milano, Fabio Acerbi, agli ordini di un editore molto grande, corre a prendere il treno. Sogna di scrivere un best seller, ha già appuntamento con un cardinale. Ma chi è questa rossa, sul sedile di fronte, con le iridi così verdi da mettere a disagio? Poi c’è Alberto Gasman, che si sveglia in una saletta dell’Hype Club: alle prese con visioni fluorescenti, il cadavere di un presentatore stroncato dalla coca e una minorenne in cerca di guai. Il Cobra non lo paga certo per questo, ed è la volta che lo punirà. Se impalandolo, bruciandolo vivo o affidandogli una missione suicida, Alberto Gasman lo scoprirà presto, perché il Cobra lo aspetta alle tre. Ma chi è questa bella che sale le scale? Capelli rossi, collo leggero e fragile, un neo sulla guancia da baciare. Cosa ci fa nel bordello da cui il Cobra manovra la città? È martedì e tutto gira a mulinello. La nipote del prefetto è scomparsa, e spuntano cadaveri in ogni angolo. Il commissario De Santis balza da un verbale all’altro, spiritato: i misteri danno senso all’esistenza, e a lui è scoccata la scintilla. Qualcosa lega Fabio Acerbi, il Cobra e Alberto Gasman. Ma chi era quella donna di rara bellezza, al Grand Hotel Semiramide? Gli occhi verdi, ferini: i capelli che cadono sulla schiena come lava incandescente.

De “L’inferno è vuoto” mi avevano colpito la trama e la copertina. L’idea di dare il là alla narrazione con il suicidio del Papa mi sembrava di grande impatto e l’ho comprato spinta dalla curiosità. Ma è con il suo stile che Giuliano Pesce mi ha agganciata alle pagine, lette davvero a perdifiato.

Ironico, grottesco, pulp sulla scia di Tarantino, l’autore descrive uno scenario dove l’incredibile e l’improbabile giocano al tiro alla fune, regalando al lettore capitoli brevi che volano via tra colpi di scena e incastri tra i personaggi, tutto all’ombra del Cupolone, durante tra giorni, da domenica a martedì.

Come dicevo, tutto inizia con il suicidio del Papa. Il fatto di per sé è di enorme clamore ma ad amplificarne la portata è il biglietto che ha lasciato: “Non esiste alcuna verità; non esiste alcun dio. Ho ricevuto molto più amore di quello che ho donato, di questo vi ringrazio”. Cosa voleva dire papa Goffredo in questo suo messaggio di addio?

Un Grande Editore spera di ricavarne qualcosa e allora manda Fabio Acerbi, l’ultimo degli ultimi della sua Grande Casa Editrice, per sperare di pubblicare un instant book e lo fa infiltrare al Vaticano spacciandolo per un designer di monumenti funebri. Fabio è un tipo insignificante e nei tre giorni che rimarrà a Roma capisce che un’avventura è quello di cui in realtà ha sempre avuto bisogno: “Solo ora si rende conto che la sua vita è sempre rimasta sospesa, statica, stagnante. Senza neppure accorgersene, era finito nella stessa situazione del marinaio strozzato dalla bonaccia, che supplica l’arrivo di una tempesta: meglio esporsi al pericolo che disidratarsi, goccia dopo goccia, in attesa della morte”.

Poi c’è Alberto Gasman – con una sola N – che non è riuscito a fare l’attore come sognava ed è finito a lavorare per il Cobra. Come Fabio, anche Alberto penserà spesso alla sua vita e, tra un bicchiere di vino e una striscia di coca, si chiederà per cosa ha davvero vissuto.

Il Cobra è il personaggio chiave del libro, colui che muove i fili di tutta Roma, anzi, lui stesso si definisce il “re di Roma” e non ci stupiamo più di tanto quando al “colloquio” con una nuova bambolina per il suo bordello si mette a citare Shakespeare. Che classe.

Attorno a lui, in perfetto stile Romanzo Criminale, il Nibbio, il Ragno, il Topo, Bara e Beccamorto. Questi ultimi due sono assolutamente geniali: battibeccano sui massimi sistemi mentre si sbarazzano di cadaveri, il ritmo delle loro conversazioni è serrato e accattivante. Giuliano Pesce fa quasi confondere il lettore: chi sono i buoni? Chi sono i cattivi?

Ma il circo de “L’inferno è vuoto” è molto più ampio. C’è un commissario, una serie di cardinali, una femme fatale, e tanti altri personaggi più o meno importanti, ma tutti con un ruolo, una visione, uno scopo. C’è più di una trama, più di un filone narrativo e tutto è abilmente confezionato dall’autore che, con un ritmo in crescendo, giunge a un finale chiarificatore e inevitabile, che spiegherà anche la scelta del titolo.

È un mix di filosofia e di pulp questo romanzo, riflessivo e splatter, ironico e dissacrante, scritto con uno stile che fa presa e che diventa un marchio assolutamente riconoscibile. Una gran bella scoperta, non c’è che dire!

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