“Il presagio” di Anne Holt: un giallo assolutamente piatto

Senza infamia e senza lode. Così definirei “Il presagio” di Anne Holt (Einaudi). Piatto, insipido, senza colpi di scena avvincenti. Insomma, un giallo assolutamente privo di colore.

TRAMA – Ellen, una vecchia amica, dà una festa, e Johanne Vik accetta di aiutarla nei preparativi. Quando però arriva a villa Mohr, viene accolta da una scena devastante: Sander, il figlio di Ellen e suo marito Jon, è caduto da una scala ed è morto. Un momento di disattenzione da parte dei genitori, una tragica fatalità? Henrik Holme, poliziotto neodiplomato a cui viene affidato il caso mentre tutti i colleghi si dedicano a una serie di attentati, non ci crede: negli anni, il piccolo Sander aveva accumulato un po’ troppi «incidenti domestici», anche per un bambino vivace come lui. Neppure Johanne, di fronte alle reticenze e alle contraddizioni dei Mohr, crede del tutto alla disgrazia; e insieme al giovane agente si mette a caccia della verità. In uno dei suoi romanzi piú tesi, Anne Holt dipinge il ritratto dolente di una violenza che non risparmia nessuno e punisce tutti, anche gli innocenti.

Ho letto recensioni strepitose di questo libro e ho scoperto solo a fine lettura che Einaudi ha pubblicato in Italia diversi titoli dell’autrice norvegese. Io, invece, sono rimasta parecchio delusa e non credo che leggerò nient’altro della Holt.

Cominciamo dal titolo: “Il presagio”. Ma esattamente presagio de che? Ho cercato la definizione sul sito della Treccani che recita: “Preavviso sul determinarsi di eventi futuri, sul loro esito e sulle loro conseguenze; presentimento di ciò che accadrà”. Bene, nel libro non c’è nulla di tutto ciò. Nessuno ha presentimenti, nessuno ha nemmeno la minima intuizione. Qualcuna – flebile – ce l’ha la protagonista, ma niente di geniale, a mio avviso.

Nella sua nota finale l’autrice afferma che ha scritto questo libro mossa da un’esigenza precisa: puntare i riflettori sulla violenza compiuta ai danni dei minori. Che il presagio voglia significare che se continuiamo a non prendere seriamente in considerazione questo problema, finirà per non essere più controllabile?

Il titolo in lingua originale è “Skyggedød”. Dato che il norvegese non è proprio la mia seconda lingua ho banalmente cercato una traduzione in rete e l’unica cosa che ho capito è che “skygge” significa “ombra”. Come si sia arrivati a presagio proprio non lo capisco. D’altra parte, non si può negare che la copertina che ha realizzato Einaudi è sicuramente più allettante dell’originale!

Ma passiamo alla trama. Johanne Vik, criminologa e psicologa che spesso collabora con la polizia va a casa di una vecchia compagna di scuola che sta per tenere una rimpatriata. Si reca alla villa prima, per aiutarla nei preparativi e scopre che Sander, il figlio di otto anni di Ellen e Jon è morto, cadendo da una scala pieghevole. Almeno, questo è ciò che le viene detto, ma lei capisce subito che c’è qualcosa di strano nella scena a cui assiste.

Sottolineo che queste solo le primissime pagine del libro, non sto spoilerando nulla. Il libro inizia infatti con: “Il bambino era disteso sulle ginocchia della madre, come se stesse dormendo”. Quindi che Sander sia morto si capisce già dal primo rigo.

Ora, ripeto, non voglio fare spoiler, ma nei gialli di norma si è abituati ad avere diversi personaggi che gravitano attorno a un delitto. Gli indizi arrivano nel corso della lettura, il lettore inizia ad avere dei sospetti che, se l’autore è bravo, vengono puntualmente smentiti, e si gusta il piacere della scoperta insieme al protagonista del romanzo. Se qui si arriva sulla scena del delitto con due persone coinvolte le possibilità non possono essere molte. Né si può pretendere che il lettore creda all’ipotesi dell’incidente.

Non vedo perché si debba leggere il romanzo fino alla fine se è l’autrice stessa a consegnarci il colpevole già nelle prime pagine. Ripeto, probabilmente l’intento della Holt era un altro, parlare della violenza sui bambini, mettere in luce un fenomeno che spesso non ha colpevoli ma solo vittime. Bene, perché però non farlo come si deve?

Lo stile della Holt mi è sembrato piatto esattamente come la trama. L’ho trovato monocorde, senza strattoni, quasi distaccato. Le cose succedono e basta. L’unico personaggio che ho trovato vagamente interessante è stato il giovane poliziotto, Henrik Holme, che per la prima volta non deve occuparsi di “noiose infrazioni del codice stradale” ma può investigare. Per questo, in un momento in cui la nazione è dilaniata dal dolore per due atti terroristici che hanno ucciso centinaia di persone, in un momento in cui chiunque è occupato a fare altro, lui ne approfitta per fare l’investigatore, sebbene non sappia nemmeno da che parte cominciare. Sarà questa sua risolutezza a portare avanti un caso che altrimenti sarebbe stato archiviato nel giro di un paio d’ore.

Piccola nota conclusiva: il finale, le ultime dieci righe, sono del tutto gratuite.

 

 

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