“La macchina della felicità” di Katie Williams: originale e ben scritto

“La macchina della felicità” di Katie Williams (Edizioni E/O) è un romanzo particolare che invita il lettore a confrontarsi con i propri desideri e la voglia di essere felici. Potrebbero essere di aiuto le indicazioni di una macchina?

TRAMA – Il lavoro di Pearl è rendere felici le persone. Utilizzando la rivoluzionaria macchina Apricity, ogni giorno Pearl fornisce ai suoi clienti delle istruzioni personalizzate per il loro benessere emotivo; dal mangiare più mandarini al tagliarsi un dito, dal comprare un cane al divorziare. È davvero brava nel suo lavoro, le dice il suo capo. Ma Pearl sta iniziando a chiedersi se sia davvero possibile “misurare” le emozioni. Il figlio adolescente di Pearl, Rhett, è un ragazzo sensibile che durante l’adolescenza ha imboccato una cattiva strada. Il ragazzo sembra provare piacere nell’essere infelice. Chissà, se Pearl riuscisse a convincerlo a sottoporsi al test di Apricity… ma forse è meglio di no. Potrebbe scoprire cose che è meglio non vengano alla luce.

Prima di iniziare a scrivere la mia recensione de “La macchina della felicità” ho cercato in rete commenti di altri lettori. Sul web i primi risultati riguardano un altro libro con lo stesso titolo (l’autore è Flavio Insinna) mentre su Goodreads ci sono solo recensioni in inglese. Così sono andata a cercare la rassegna stampa sul sito della casa editrice. 

Credo di poter affermare che nessuno di coloro che abbiano “recensito” il romanzo (le virgolette sono d’obbligo perché tre frasi a mio avviso non sono una recensione) abbiano davvero letto il libro. 

Gli articoli – alcuni dei quali di testate autorevoli – si fermano a rimescolare le frasi della trama fornita dalla casa editrice, senza sforzarsi troppo, a volte solo copiando perché un trafiletto non è poi così difficile da riempire.

Peccato che la trama sia pensata per incuriosire il lettore, ovviamente non fornisce una panoramica completa del romanzo.

Che io, per inciso, ho letto tutto.

Sul fatto che chi riceva i libri gratis dalle case editrici (togliendoli ad altri e magari rivendendoli su Libraccio) e ne scriva senza manco aprirli preferisco non dire nulla perché il comportamento è così scorretto che si commenta da solo. Permettetemi soltanto di aggiungere che sarebbe bello se gli uffici stampa scegliessero con maggiore cura con chi collaborare.

Ma parliamo del libro. Perché sebbene non sia il romanzo dell’anno, o non si aggiudicherà un posto tra i miei preferiti, “La macchina della felicità” è scritto molto bene e lascia degli spunti davvero interessanti.

La vera protagonista del romanzo è Apricity, una macchina in grado di analizzare il DNA di un essere umano e di stabilire cosa gli occorra per essere felice. Le istruzioni sono semplici, tipo “prendi un cane”, “dormi”, oppure un po’ più complesse – e strane – come “tagliati un dito”, ma sembrano funzionare.

Attorno a questa macchina, Katie Williams ha strutturato un romanzo che analizza alcuni approcci nei confronti di ciò che si potrebbe ottenere utilizzandola. Il modo in cui la gente decide di usarla, per fare del bene o per avere un tornaconto personale, finisce per determinare i tratti peculiari di ciascun personaggo.

E così abbiamo Pearl, la quale lavora per la compagnia che ha ideato l’Apricity: il suo compito è fornire “piani di appagamento” per i clienti che possono permetterselo, dato che il costo al momento sembra essere alto.

All’inizio del romanzo (sono solo i primi due capitoli!) si parla dell’infelicità del figlio e del modo in cui lei cerchi di curarla, di nascosto e in modo passivo. Il suo personaggio sarà presente lungo tutta la narrazione, incastrandosi agli altri e scopriremo come evolverà il suo rapporto con l’Apricity. 

Conosceremo Rhett, il figlio di Pearl che userà la macchina per tornare alla vita sociale e lo vedremo arrivare, alla fine del romanzo, a importanti consapevolezze. C’è Carter, collega di Pearl, che non avrà vita facile; oppure Elliot, l’ex marito di Pearl, che userà piani di appagamento per fare “arte”. 

I capitoli che mi sono piaciuti di più sono quelli su Val, la nuova moglie dell’ex marito di Pearl e quello su Calla Pax, un’adolescente all’apice della sua carriera come urlatrice. Avete presente le ragazze dei film dell’orrore che urlano e che non è detto che sopravvivano? Lei. 

Apricity non sempre fornisce le tre indicazioni che compongono il piano di appagamento. A volte non ne dà nemmeno una, altre esce fuori un asterisco. Quel puntino indica un comportamento socialmente inaccettabile, violento o criminale che la macchina riconosce e che esclude dal pacchetto per la felicità proprio per evitare che venga compiuto.

Chi è in libertà vigilata, per esempio, viene regolamente sottoposto alla macchina per capire se hai ancora l’inclinazione a delinquere. Oppure in caso di forte stress, si preferisce Apericity a una seduta con lo psicologo.

Val e Calla sono due personaggi emotivamente molto complessi, probabilmente avrebbero avuto la forza di sostenere un intero romanzo da sole. Le loro storie sono quelle che mi hanno maggiormente colpita.

Ma, alla fine, cos’è la felicità? L’autrice sembra volerci dire che a volte la vorremmo così tanto raggiungere che siamo tentati di ricorrere a soluzioni che ci vengono promosse come ideali, ma che altro non sono che l’ennesima chimera. 

Katie Williams ci invita quindi, a tornare alle cose semplici. Ci racconta che un sorriso autentico non arriverà mai a seguito del responso di una macchina ma per la battuta di un figlio. Che addormentarsi sarà più facile con accanto chi amiamo. Che è meglio ridimensionare i sogni piuttosto che perdere la speranza. 

La macchina della felicità” conserva dei tratti originali, è scorrevole e sicuramente interessante. Letto per intero, ovviamente. 

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