“I dolori del giovane Werther” di Goethe: natura, amore e morte alle origini del Romanticismo

Goethe aveva appena 24 anni quando scrisse “I dolori del giovane Werther” e gli ci vollero circa quattro settimane. La vicende narrata è autobiografica – tranne per il finale, ovviamente – e alcune lettere sono state riportate esattamente come lo stesso Goethe le aveva scritte a Lotte, così come sono identici alcuni particolari.

Tra il protagonista e lo scrittore, come scrive nel suo saggio Thomas Mann (riportato alla fine dell’edizione Oscar Mondadori), c’è una differenza fondamentale: “Goethe non si uccide perché aveva da scrivere il Werther –  e molte altre cose ancora. Werther invece non ha alcuna missione in terra fuor della sua sofferenza, della triste lucidità per le imperfezioni della vita, fuor della amletica sazierà di conoscenza, che lo stringe alla gola, ed è quindi fatale che vada in rovina”.

Werther si innamora follemente di Carlotta, una donna già promessa sposa a un altro uomo. Il modo in cui questo amore viene descritto è sia folle e alienante nella sua tensione (“Già parecchie volte mi sono proposto di non vederla tanto spesso. Ma chi saprebbe resistere? Ogni giorno cedo alla tentazione, e mi prometto e giuro: domani almeno rimarrai lontano; ma, quando poi giunge il nuovo mattino, trovo di nuovo un motivo irreccusabile, e, prima ancora di avvedermene, sono da lei“), che straziante e distruttivo nella sua impossibilità (“Invano tendo le braccia verso di lei al mattino, quando mi desto da sogni opprimenti; invano la cerco nel mio letto la notte, se un beato innocente sogno m’ha illuso, quasi ch’io fossi accanto a lei sul prato e le tenessi la mano e la coprissi di mille baci. Ah, se allora, ancora nel vertice del sonno, brancolo verso di lei, e così mi sveglio, un fiume di lacrime mi prorompe dal cuore angustiato, e sconsolato piango il mio buio futuro“).

La morte è sempre in agguato. Già qui si parla di “buio” per il futuro, spesso Werther difenderà il suicidio, specie quando ne parla con Alberto, vorrebbe tagliarsi le vene per essere finalmente libero. Eppure contesta fortemente il malumore, dandone una spiegazione talmente lucida che, da brava lunatica, non posso che condividere.

“Lei ha detto che il cattivo umore è un vizio. Mi pare esagerato”.
“Niente affatto” risposi “se quello che nuoce a noi stessi e al prossimo merita il nome di vizio. Non è già abbastanza che ci manchi il potere di renderci a vicenda felici? e dobbiamo per giunta rubarci l’uno all’altro quel tanto di piacere che ogni cuore qualche volta può procurare a se stesso? Lei mi nomini uno che sia di cattivo umore e in pari tempo sia tanto bravo da dissimularlo, da tenersi per sé la tetraggine senza sciupare tutt’intorno la gioia degli altri. O forse in fin dei conti il malumore non è altro che un’intima insoddisfazione della nostra propria inferiorirà, un malcontento di noi stessi, il quale è poi sempre collegato a un sentimento d’invidia, e questo alla sua volta è aizzato da una sciocca vanità? Vediamo persone felici che non debbono a noi la loro felicità; e questo è intollerabile”.

Werther non riuscirà a trovare pace né vicino Carlotta come amico, né lontano da lei. Il suo strazio si farà sempre più lacerante, finché non riuscirà più a sopportare il dolore che prova nel non poterla avere.

La natura umana ha i suoi limiti, può sopportare la gioia, il dolore, le sofferenze, fino a un certo punto; e, non appena questo è oltrepassato, soccombe. Perciò qui il quesito non è se uno sia debole o forte, ma se basti a sopportare il peso del suo dolore; che questo poi sia fisico o morale, il problema non cambia.

Sarà paradossale il fatto che proprio dalle mani di Carlotta arriverà la pistola con la quale si toglierà la vita: “Tu, dalle cui mani io speravo di aver morte, infine l’ho”, scrive nel suo fermo delirio Werther. Infatti, prima di morire si preoccupa di lasciare tutto in ordine, i conti, la casa, le disposizioni per la sepoltura, fino all’abito che indossa (che a quanto pare fu copiato da molti giovani dopo l’uscita del libro). Il che suggerisce che la volontà di cessare di vivere è stata sempre latente, e che nel corso del tempo ha trovato sfogo passando per un amore impossibile.

E Carlotta? Mah, io non sono sicurissima che lei fosse innamorata di Werther. Lui lo crede, Mann ne era pure convinto, ma io mi permetto di non essere del tutto d’accordo. Probabilmente se l’avesse amato per davvero lo avrebbe protetto, forse sarebbe stata lei a togliersi la vita essendo costretta in un matrimonio infelice, non l’avrebbe respinto per far contento il marito. Il suo personaggio non mi ha fatto molta simpatia, è stata troppo ambigua per i miei gusti. Di solito nelle grandi storie d’amore tormentate, i due amanti o i due innamorati, vivono il sentimento sullo stesso piano, sono pervasi dallo stesso ardore, dal medisimo turbamento. Qui, invece, mi pare che solo uno dei due lo patisca e lo subisca. Fino all’estremo.

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