“Gli intrusi” di Georges Simenon: un omicidio aiuterà Loursat a tornare a vivere

Recensione e foto di Azzurra Sichera

Hector Loursat è il protagonista de “Gli intrusi” di Georges Simenon (Adelphi). Un individuo molto particolare, definito da più di una persona un “orso”, guardato di traverso con occhiate che sono un misto di disgusto e di pena, che sin da subito si manifesta per quello che è, anche se forse, non è così che vorrebbe essere. Perché è lui stesso a dire che “si è imposto di fare il burbero”, da quando la moglie 18 anni prima è scappata con l’amante, lasciandolo solo con una bambina di due anni che crescendo è diventata una sconosciuta.

TRAMA – Una piovosa sera di ottobre, in una quieta cittadina di provincia dove ogni cosa sembra immersa «in un’atmosfera stagnante». In casa Loursat de Saint-Marc tutto si svolge esattamente come ogni altra sera: dopo aver cenato con la figlia senza mai rivolgerle la parola, Hector Loursat si chiude a chiave nel suo studio dalle pareti tappezzate di libri in compagnia di una bottiglia di bourgogne, la terza della giornata, e si sprofonda nella lettura. Sono ormai diciott’anni, da quando sua moglie se n’è andata lasciandolo solo con una bambina piccola, che vive così. Un orso di quarantotto anni, sciatto e trasandato, questo è ormai il brillante rampollo dei Loursat de Saint-Marc, imparentato con tutti quelli che contano in città – e questo gli altri pensano di lui: che è un talento sprecato, un avvocato che non patrocina più cause, un burbero e inutile ubriacone rintanato in casa come un animale ferito. Ma quella notte, improvvisamente, accade qualcosa che costringe l’orso ad abbandonare la tana: un colpo di arma da fuoco, un’ombra che si dilegua in fondo a un corridoio, e in una stanza in disuso del secondo piano un uomo che muore sotto i suoi occhi. Che cosa ci fa quell’intruso in casa sua? Chi lo ha ucciso? Quali segreti nasconde la vecchia dimora dietro le antiche mura sonnolente? E che cosa tormenta sua figlia, altra sconosciuta, dietro quell’apparenza placida e remissiva? Qualcosa – qualcosa che assomiglia alla vergogna, alla compassione e al bisogno di amore – spingerà Loursat a uscire dalla sua solitudine fatta di nausea e di pensieri inaciditi, e ad assumere la difesa del giovane che è l’amante di sua figlia – insomma, a calarsi nuovamente nella vita: almeno per un po’.

Loursat si ritroverà a indossare di nuovo i panni di avvocato per difendere un ragazzo che capisce da subito essere innocente. Non sa nemmeno lui perché lo capisce, è una sensazione. E grazie a quell’omicidio, torna a vivere.

È un vero peccato che l’autore non ci racconti di Loursat durante la ricerca di testimoni in attesa del processo. Lui che nella sua tana aveva la sua bottiglia di bourgogne, le sue sigaretta, la sua stufa e soprattutto i suoi libri, poteva tranquillamente rimanere lì dentro, senza incontrare nessuno perché lui con le persone non ci sa fare, non sa come si interagisce. O forse l’ha solo dimenticato, inacidendosi a tal punto da guidicare tutti degli idioti.

“Ma ecco che in una stanza echeggia uno sparo, e lui si accorge che la sua casa è diventata il covo di una banda di ragazzini”. Questa scoperta pare non sconvolgerlo più di tanto ma lo farà tornare a vivere, a riappropriarsi di alcuni gesti che sembrava aver dimenticato.

Per inseguirli, si mette a perlustrare la città… Scopre persone, odori, suoni, negozi, luci, sentimenti. Tutto un magma, un brulichio, una vita che non ha niente in comune con quella delle tragedie.

Ma la cosa più importante sarà in qualche modo ricucire il rapporto con la figlia Nicole.

Già da tempo aveva preso a guardare suo padre a quel modo, con curiosità, e anche con un sentimento appena accennato, non proprio di riconoscenza e non ancora di affetto, un misto di qualcosa che assomigliava alla simpatia e di qualcos’altro che poteva essere finanche ammirazione…

Insomma l’omicidio rimane solo sullo sfondo così come la sua risoluzione. Non è Loursat ad avere un’illuminazione, a collegare alcuni indizi, non sarà davvero lui a capire chi è il vero assassino. Ma poco importa.

Ciò che conta è che adesso un bicchiere di vino rosso non sarà l’unico a fargli compagnia.

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