“Stoner” di John Williams: un romanzo straordinario

Credo che “Stoner” di John Williams (Fazi) sia stato uno dei libri che più ha diviso nell’anno appena trascorso. C’è chi lo ha etichettato come “noioso” e non posso, dopo averlo letto, chiedermi quali romanzi leggano abitualmente quelli che l’hanno definito in questi termini. Perché io l’ho trovato assolutamente straordinario.

TRAMA – “Stoner” è il racconto della vita di un uomo tra gli anni Dieci e gli anni Cinquanta del Novecento: William Stoner, figlio di contadini, che si affranca quasi suo malgrado dal destino di massacrante lavoro nei campi che lo attende, coltiva la passione per gli studi letterari e diventa docente universitario. Si sposa, ha una figlia, affronta varie vicissitudini professionali e sentimentali, si ammala, muore. È un eroe della normalità che negli ingranaggi di una vita minima riesce ad attingere il senso del lavoro, dell’amore, della passione che dà forma a un’esistenza.

Terminato il romanzo ho letto la postfazione di Peter Cameron, il quale ha scritto ogni cosa che c’era da dire. Continuavo a leggere annuendo con la testa, dicendo tra me che erano le stesse cose che avevo pensato anche io e che mi ero appuntata sul mio quaderno come spunti per la recensione e adesso mi sembra quasi di risultare ripetitiva, ma di certo non saprò esprimere alcune sensazioni come ha fatto lui.

Parto dall’inizio. Secondo me, chi ha trovato questo romanzo piatto o noioso non ha colto la straordinaria capacità descrittiva dell’autore, il quale, nei primi due paragrafi del libro è spudoratamente sincero e mette in guardia il lettore, come a volergli dire: “Non ti aspettare granché da Stoner o dalla sua vita”. Come scrive Cameron: “La verità è che si possono scrivere pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letterararia”.

La vita di Stoner alterna momenti di buio ad attimi di luce accecante, cadenzati da tempo vissuto nel torpore, in quel senso di ineluttabile che sfocia nella rassegnazione quando non sai come affrontarlo. Non posso e non voglio giudicare Stoner, sarebbe troppo facile dire che avrebbe dovuto imporsi a quel mostro di moglie, che avrebbe dovuto prestare più cura nella crescita della figlia, che avrebbe dovuto lottare di più per il suo amore “illegittimo” ma così giusto, che forse avrebbe potuto essere più accondiscendente e meno con i paraocchi in certe occasioni.

Invece voglio sottolineare che avere queste sensazioni nei confronti del protagonista significa che l’autore ha saputo coinvolgere emotivamente il lettore, specie nella parte centrale del romanzo, nelle pagine in cui Stoner si scontra con Lomax e si innamora di Katherine. Si ha la sensazione di aver camminato al suo fianco, si ha voglia di strattonarlo alla ricerca di una reazione, oppure di parlargli per fargli cambiare idea.

I dettagli sono ciò che mi ha colpito di più di questo romanzo. Williams ha un modo unico di descrivere un personaggio; le dinamiche tra i protagonisti sono sempre cariche di suggestioni (“L’amicizia tra Gordon Finch e William Stoner era arrivata al punto a cui arrivano tutte le relazioni simili alla loro, quando durano a lungo. Era occasionale, profonda e di un’intimità così misurata da risultare impersonale”); e anche il modo in cui un’emozione modifica uno sguardo o i tratti di un volto è incredibile. L’autore coglie ogni sfumatura, ogni cambio della postura o del tono della voce, anticipando un cambio emotivo o una reazione.

Si potrebbe dire che alcuni sentimenti non sono analizzati fino in fondo e molte domande rimangono senza risposta (perché Edith si comporta così con il marito? Da cosa deriva l’odio di Lomax? Perché la figlia, Grace, non ha nemmeno voglia di reagire alle imposizioni della madre?), però probabilmente è giusto che sia così. Il non detto, a volte, è più potente e più significativo di ciò che viene svelato.

Ho amato moltissimo le pagine in cui Stoner parla del suo lavoro di insegnante – più che un lavoro, la sua stessa definizione – e le considezioni finali, in punto di morte. Con quel suo ripetersi “Cosa ti aspettavi?” sembra quasi volersi assolvere, smetterla di recriminarsi e ripetersi soltanto di essere stato un fallimento. E l’epifania, arriva dirompente:

Una morbidezza lo avvolse e un languore gli attraversò le membra. La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato.

Per me “Stoner” è un libro straordinario, forse non è un romanzo per tutti, ma per chiunque sappia andare oltre l’apparenza e leggere tra le righe potrà essere davvero un viaggio incredibile.

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2 pensieri riguardo ““Stoner” di John Williams: un romanzo straordinario

  • 3 gennaio 2018 in 10:53 am
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    Hai reso l’idea e la potenza di Stoner in questa recensione. È un libro così intenso e carico di significato nonostante possa dare l’idea, all’apparenza, di essere senza storia, senza colpi di scena, senza forza. Io credo che la forza di Stoner sia nella semplicità del protagonista che affronta la sua vita e spesso la subisce.
    Io ho amato questo romanzo, probabilmente il più bel romanzo letto nel mio 2017.

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