“Lorna Mott torna a casa” di Diane Johnson: cosa significa tornare? E andarsene?

Lorna Mott torna a casa” di Diane Johnson (Atlantide) è un romanzo che ci fa riflettere sul concetto di casa, di “straniero”, ma anche su quanto le svolte incidano nella nostra vita. 

TRAMA – Quando Lorna Mott Dumas, una storica dell’arte americana di mezza età, decide di abbandonare il grazioso villaggio francese nel quale ha vissuto per quasi venti anni con il suo secondo marito, il cimitero del paese frana, rivoltando le tombe di quelli che vi erano seppelliti e gettando su di lei un presagio di ciò che la aspetta tornando a casa. Lorna infatti è diretta a San Francisco per riprendere in mano la propria vita e allontanarsi così dai tradimenti del marito, l’affascinante Armand-Loup Dumas, tornare a essere la brillante conferenziera di un tempo e sentirsi di nuovo apprezzata come vorrebbe. Ma l’America che trova è diversa da quella che aveva lasciato, inoltre la carriera di Lorna come studiosa è a un punto morto e i tre figli vivono situazioni complicate a cui lei non sa assolutamente come fare fronte. L’unica speranza potrebbe essere proprio nel primo marito e padre dei suoi figli, Randall Mott, un cinico dermatologo che ha sposato in seconde nozze una ricca imprenditrice della Silicon Valley con la quale ha avuto l’angelica e diafana Gilda, angustiata però da problemi di salute e da una imprevista e pericolosa gravidanza… Su questa famiglia allargata che ruota attorno alla figura di Lorna si distende una commedia dagli esiti bizzarri e paradossali, che racconta come il posto che chiamiamo casa non sia un luogo fisico, ma quanto ci fa avvicinare a noi stessi e a ciò che abbiamo davvero a cuore.

Lorna Mott ha quella che potrebbe definirsi una “tipica famiglia allargata”. Una famiglia composta da tipi bizzarri, passatemi il termine, ognuno dei quali ha una precisa fisionomia e sì, anche parecchi problemi da risolvere. 

Come si legge nella trama fornita dalla casa editrice, Lorna decide di separarsi dal suo secondo marito, di lasciare il delizioso villaggio francese nel quale ha vissuto per vent’anni e di fare ritorno in America. 

È significativo un passaggio, nelle prime pagine del romanzo, in cui Lorna racconta del suo ritorno a San Francisco, dove per i primi tempi alloggerà a casa di una vecchia amica: “A un tratto si sentì meno ottimista. Il senso di conforto si mescolava a quello della sconfitta: perché nessuno pensa di tornare indietro per ritrovarsi al punto di partenza, lì dove ha cominciato quando era molto più giovane”. 

Lorna non sa bene come muoversi in questo suo nuovo inizio, non capisce come inserire questo nuovo tassello nell’economia del suo tempo presente, San Francisco le “era familiare ed estranea allo stesso tempo”, e in lei ci sarà un continuo confronto tra l’America che ha ritrovato e la Francia che ha lasciato.

Ma ha poco tempo per pensare a sé (o forse no?), ci sono i suoi tre figli, avuti con il primo marito, che le danno un sacco di preoccupazioni, deve trovarsi una casa, magari un’auto, sicuramente un lavoro.

È un continuo provare, procrastinare, tentare e lo stesso fanno anche gli altri personaggi che le gravitano attorno, chi si muove in balia degli eventi, incapace di prendere una decisione, subendo quelle degli altri; chi non ha il coraggio di apportare dei reali cambiamenti e chi invece ha bisogno di una spinta decisa; chi è capace di cogliere ogni occasione e chi invece pare approfittare della fortuna. 

La riflessione sul concetto di “casa” riguarda tutti i protagonisti del romanzo. C’è un continuo richiamo a ciò che significa “sentirsi a casa”, ma anche alla potenza delle radici, al fascino di ciò che è distante, capace di ammaliare, di farci sentire finalmente noi stessi, oppure di renderci cittadini di un luogo molto distante da “casa”. 

Quando, nella seconda metà del libro, a Lorna chiedono: “Come mai sei tornata?”, si legge: 

Lorna non ne era più così sicura. “Sono americana, questa è la mia madrepatria. Lì sono sempre stata una straniera”. Era una risposta di circostanza, ma non conosceva quella vera. Perché la gente torna a casa? E perché agli altri sembrava una cosa tanto assurda?

Ecco qui ci sono le due grandi domande di “Lorna Mott torna a casa” a cui potremmo anche aggiungere: “Perché la gente lascia casa?”. Una riflessione continua che ci interroga anche su quanto siano labili i confini e quanto, altre volte, siano fragili. La realtà che stiamo vivendo ci impone di fare ulteriori considerazioni sul sentirsi “stranieri”, sul “lasciare casa” non per propria volontà.

Una riflessione troppo ampia che rischia di farmi andare fuori tema, ma che è il fulcro di un sentire quanto mai attuale. Dai tempi di Ulisse ci interroghiamo sul concetto di “casa”, un tema che pare non abbia smesso di affascinare autori e scrittori, e sul quale ognuno di noi si è interrogato, chiamato a compiere delle scelte di vita.

Lorna Mott torna a casa” è un libro molto particolare, probabilmente un po’ ridondante in alcuni punti, con una struttura a ragnatela che si allarga a ogni pagina, includendo persone, fatti, senza mai perdere il filo, disegnando un quadro completo su cui l’autrice ha messo la parola fine.

Un punto in cui, a ben guardare, potrebbe esserci un nuovo inizio. 

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