“Mio fratello” di Afonso Reis Cabral: una lettura tra alti e bassi

Mio fratello” (Nutrimenti), il romanzo di esordio del giovanissimo Afonso Reis Cabral, classe 1990, è stata una lettura fatta di alti e bassi. Dopo la trama provo a spiegarvi perché.

TRAMA – Alla morte dei genitori, bisogna decidere chi si prenderà cura di Miguel, quarantenne nato con la sindrome di Down. È il fratello, professore universitario divorziato e misantropo, da molti anni lontano dalla famiglia e dalla nativa Porto, a sorprendere le quattro sorelle facendosi carico della responsabilità. Miguel ha solo un anno in meno rispetto a lui, e il ricordo dell’affetto che li ha legati e della complicità avuta durante l’infanzia fa credere al fratello che la nuova situazione potrà liberarlo dall’apatia in cui la sua vita è precipitata, riscattandolo anche dal senso di colpa per il lungo distacco e l’indifferenza. Tuttavia, la condivisione della quotidianità con Miguel porta problemi inaspettati, il più importante dei quali si chiama Luciana. Nel silenzio ancestrale della vecchia casa di campagna della famiglia, in un villaggio sperduto del Portogallo rurale, interamente spopolato con l’eccezione di una coppia di contadini e il proprio figlio, il fratello maggiore ripercorre l’intero sviluppo del loro complesso rapporto fraterno, fino al drammatico episodio che ha lasciato un segno definitivo nella vita di entrambi. Opera prima di uno scrittore non ancora trentenne, Mio fratello è un romanzo di incredibile maturità, che brilla nella scrittura ed emoziona senza mai cedere al sentimentalismo, affrontando con piglio lucido, a tratti impietoso, il tema della disabilità e le contraddizioni dell’essere fratelli.

Mi aveva molto incuriosita questo romanzo perché mi ero domandata quali strumenti o quali capacità potesse avere un diciannovenne per raccontare una storia che già dalla trama risultava molto complessa. Tra l’altro, proprio con “Mio fratello“, il suo esordio letterario, Afonso Reis Cabral ha vinto il Premio LeYa, il maggiore riconoscimento riservato alle opere inedite in lingua portoghese, quindi l’interesse continuava a salire.

Sin dalle prime pagine, però, questa “specie di confessione a forma di libro” narrata da un personaggio che rimane senza nome, mi ha suscitato sentimenti contrastanti. Da un lato è indubbia la capacità dell’autore di entrare in profondità nelle dinamiche di questi due fratelli, di analizzare i sentimenti del nostro narratore in modo schietto e senza giri di parole, senza evitare (perché non ‘politicamente corretti’) risentimenti o accuse nei confronti di un fratello “mongoloide”, Miguel, che “ha la vita facile” perché non deve lottare per i suoi desideri o per ricevere amore e attenzioni.

A volte mi sembrava molto evidente che un fratello ha poco spazio nella vita di un fratello, tanto più di un fratello come mio fratello. Bella merda.

L’amore e il ruolo nei confronti del fratello che il nostro narratore anela e odia, questa continua tensione alla ricerca di un approccio comunicativo che tende a girare a vuoto, la sua incapacità di rapportarsi al resto del mondo che si scontra con la volontà di relazionarsi con l’unica persona che è incapace di ricambiarlo come vorrebbe, sono descritte in modo autentico e a tratti disarmante.

Non so perché, né se sia davvero così, ma esiste un rapporto tra la sua infelicità e la mia felicità. Più lui è infelice, più io sono felice. Sono felice di aiutarlo, di tirarlo fuori dall’infelicità e di consegnarlo alla condizione di angelo ferito, angelo in Terra, nonostante non sappia in cosa consista questa condizione. 

La verità con cui questo personaggio si rivela, a tutto tondo, senza nascondere nulla, nemmeno i pensieri della sua coscienza che ogni tanto interrompono la narrazione, è a mio avviso la forza di questo romanzo.

Dall’altra parte, però, ci sono parti lunghe fatte di quasi niente che hanno rallentato la mia lettura e scemato la mia attenzione. Questi momenti, il presente che vivono i due fratelli, ricalcano in pieno l’apatia della provincia, di questo paesino dell’entroterra fatto solo di polvere e nebbia, rappresentano la staticità dell’oggi che i due protagonisti devono risolvere per andare avanti, ma a volte mi sono sembrati solo dei riempitivi tra un flashback e un altro.

Ho provato a inserire nelle riflessioni del narratore la storia di Quim, figlio dell’unica coppia che ancota vive a Tojal, mi sono chiesta perché fosse importante, quale poteva essere il riflesso nella vita di Miguel, ma non sono riuscita a coglierne nessi o similitudini. Solo altro orrore camuffato, altre disgrazie mai accettate, altri sentimenti non ricambiati.

Forse il narratore ha qualche tratto in comune con la madre di Quim, perché entrambi vorrebbero essere apprezzati per i loro sforzi e compresi nel loro dare amore. Ma Quim vede e sente in modo distorto e nel cuore di Miguel c’è posto solo per Luciana.

Luciana che diventa ossessione per Miguel ma soprattutto per il narratore. Le ultime quaranta pagine di “Mio fratello” mi hanno ricompensata del viaggio tortuoso e impervio fatto fino a quel momento: in un crescendo di tensione, di emozioni contrastanti, di orrore, di amore confuso con la rabbia, Afonso Reis Cabral dà il meglio di sé.

Arrivarci a questo finale non è stato facile, ma mentre scrivo questa recensione sto ripercorrendo il romanzo e noto di aver sottolineato moltissime parti. Con il suo stile secco, il giovane autore ci ha consegnato un personaggio complesso, colto in molteplici delle sue sfumature e di certo non era facile renderlo così.

Il romanzo a mio avviso rimane troppo lungo nella parte centrale, alcune ripetizioni potevano essere eliminate a beneficio di una storia che affascina, raccontata tenendo il lettore appeso al filo di un senso di colpa continuo che viene svelato solo all’ultimo.

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