“La ladra di ricordi” di Barbara Bellomo: un romanzo che non ha fatto breccia nel mio cuore

“La ladra di ricordi” di Barbara Bellomo (Salani) è un libro che non ha fatto breccia nel mio cuore. Devo essere onesta nel dire che l’autrice ha trovato una chiave originale per il suo romanzo, così come la protagonista, la rossa e affascinante archeologa, è senza dubbio un personaggio fresco (sì, siamo stufi dei vari commissari, marescialli, don in bicicletta, suore o scrittori di gialli), solo che il mio totale disinteresse per la storia, che purtroppo sfocia molto presto in noia mortale, mi ha penalizzato nella lettura. Alla parola “triumvirato”, sono stata catapultata indietro nel tempo, non all’antica Roma ma sui banchi di scuola, e i ricordi non sono stati del tutto piacevoli.

In più ammetto di aver fatto fatica ad arrivare fino in fondo: la scrittura è scorrevole, ma io ho dovuto interrompere più volte la lettura perché la trama non mi ha appassionata. Si tratta di un giallo, è vero, però mi permetto di dire che è un po’ atipico perché non ha tensione investigativa, non ha suspense, non presenta intuizioni particolarmente brillanti da parte dei protagonisti.

TRAMA – Cosa accomuna l’omicidio, ai giorni nostri, di una dolce, vecchia signora dalla vita irreprensibile e i grandi protagonisti dell’età repubblicana – Cesare, Lepido, Cicerone, Marco Antonio, la crudele moglie Fulvia e la piccola Clodia? È quello che dovrà scoprire un terzetto stranamente assortito, chiamato in causa per l’occasione. Isabella De Clio, giovane archeologa siciliana specializzata in arte antica, è bella, volitiva, preparatissima, ma ha un motivo particolare per temere la polizia. E il fatto che l’affascinante Mauro Caccia, l’uomo che la affianca nelle indagini, sia un commissario non l’aiuta più di tanto. Con loro c’è anche Giacomo Nardi, depresso professore di museologia e beni culturali… È l’inizio di una storia che intreccia la Roma del I secolo a.C. e l’Italia contemporanea, gli antichi intrighi politici e i mediocri baroni universitari dei nostri tempi,la violenza che si nasconde tra le mura di casa e la precarietà in cui i ragazzi di oggi, anchei migliori, sono costretti a crescere e a diventare adulti. Un romanzo fresco e ricco d’atmosfera, che si muove con agilità tra passato e presente, per un esordio che non passa inosservato.

Di Isabella non mi è piaciuto per nulla il modo in cui si è approcciata con il commissario: capisce che deve fare un passo indietro quando ormai è troppo tardi e non mi pare molto credibile quando dice che i loro messaggi erano “all’apparenza tanto innocui”. I loro contatti non lo sono mai stati: sa bene che si scrivono la sera prima di andare a dormire, o di nascosto; sa bene che lui è sposato, ma nonostante questo continua a condurre il loro rapporto in modo ambiguo. Da lei, che è stata tradita dall’uomo con cui aveva scelto di convivere, non me l’aspettavo un comportamento del genere. O comunque, se vuoi agire così, assumiti le tue responsabilità, non recitare la parte della finta ingenua, che onestamente non ci crede nessuno.

A tratti mi è sembrato più interessante, e forse anche meglio delineato, il professor Nardi. Il suo vuoto per la perdita dell’adorata moglie, i biscotti che ama e che adesso mangia di continuo quasi a volerlo colmare quel vuoto; il suo senso di protezione nei confronti di Carlo, il nipote della vittima; la tenerezza di aver scoperto un punto di contatto con il giovane (anche qui avrei da ridire: qual è questa musica che gli piace tanto? perché l’autrice non ha menzionato nemmeno un brano o un autore? perché non svelarci qualcosa di più?), o il modo stesso in cui parla dei ragazzi, le speranze che ripone in essi. Anche se spesso, con il lavoro che fa, ne vede di svogliati e di disinteressati, non ha ancora perso la voglia di credere in loro.

Inoltre, i dialoghi spesso mi sono sembrati banali e in alcuni punti assolutamente distanti dalla realtà. Porto l’esempio più significativo. Isabella e il professor Nardi vanno a Catania per qualche giorno per le loro indagini, che li conducono a Mario, un vecchietto di 84 anni, che li accoglie subito con un proverbio scandito in dialetto sicialiano, e con altri monosillabi, sempre in dialetto. Poi si spostano al bar per fare due chiacchiere. Vi riporto un pezzo della conversazione.

“Ammucciarsi? Che vuol dire?” chiede Nardi.
Mario scosse la testa: “Significa nascondersi”. E pensò: ‘Stu prufissuri di sicilianu non nni capisci nenti e a mia parlari cu ‘na fimmina, nnu mi piaci’. Senza voglia continuò: “Dopo la guerra potè contare su un pezzo di terra alla piana di Catania, un agrumeto”.

Ora, secondo voi, il signor Mario potrebbe mai iniziare una frase dicendo: “Dopo la guerra potè contare”? Io capisco le esigenze di scrittura, la necessità di fare le cose per bene, ma così non ha senso. Il personaggio perde completamente consistenza e approccio realistico. Tralasciando il fatto che, secondo me, qualche errorino sul siciliano c’è…

Mi dispiace da dire, ma anche il finale l’ho trovato piuttosto banale, come scontata è stata la piega che ha preso la carriera di Isabella. Non faccio fatica a credere che per molti lettori “La ladra di ricordi” sia stata, o sarà, una lettura appassionante. Per me, purtroppo, non è stato così.

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