“I frutti dimenticati” di Cristiano Cavina: voltarsi indietro non è mai un buon affare

Foto e recensione di Azzurra Sichera

È un libro davvero toccante “I frutti dimenticati” di Cristiano Cavina (Marcos y Marcos). Una scrittura intelligente, rapida ma al tempo stesso profonda, che spinge e farci domande scomode alle quali quasi mai vogliamo rispondere. Perché in fondo è vero che “voltarsi indietro non è mai un buon affare”.

TRAMA – Suo padre era sparito nel nulla. Con la sua assenza, aveva lasciato un vuoto clamoroso.
Ma la fantasia lo aveva trasformato in un uomo quasi magico, protagonista di mirabolanti imprese.
Ora, quel padre da sempre ignoto è sbucato all’improvviso, lo ha rintracciato raccontando una bugia alla sua casa editrice. Di punto in bianco, lui dovrebbe chiamare papà un uomo che “per me non è niente, non è nessuno”.
Proprio quando diventa babbo anche lui, con una compagna che non è più sicuro di amare, mentre tutto sembra sfuggirgli di mano.Non è facile diventare figlio e padre nello stesso momento. Non è facile separarsi dalla madre del proprio figlio proprio in quel momento. Per fortuna, c’è un pozzo segreto e senza fondo a cui attingere.
Un pozzo scintillante di amicizie e passioni, racconti e personaggi, avventure reali e immaginarie: piante officinali dai profumi secolari e sogni che volano come mongolfiere, nonne dai poteri speciali e millenni di battaglie nascoste tra le foglie. Per vedere sempre oltre, in mezzo alle onde della vita. E trovare una lingua segreta con cui parlare al proprio figlio appena nato.

La bravura dell’autore è stata quella di regalarci un libro con tante sfumature, tante quante la vita ci impone. Ci sono gli episodi legati all’infanzia, che forse per il piccolo Cristiano non saranno stati particolarmente divertenti – travestimenti da palombaro a parte – ma che per il lettore lo sono eccome, specie quelli con nonna Cristina (una battuta su tutte: “Chiamate il dottore che domani muoio!”) o con la reverendissima madre superiora, suor Luca Maria. Capiamo solo alla fine perché Cristiano si sofferma sui ricordi legati alla scuola materna: “Penso che quello che serve mi è capitato lì”.

All’opposto sono struggenti i momenti con Anna, tutti i suoi: “Mi ami?”, “Mi ami ancora?”, e quelle risposte che non arrivano, sostituite da bugie e parole pronunciate senza decisione, fino al “Credo di non amarti più”. Anche in quel caso Cristiano non trova la faccia tosta per dirle la verità e si rende conto di essersi ritirato senza nemmeno combattere. I due si allontaneranno sempre di più, diventando un confine invalicabile, anche se probabilmente l’amore non si è spostato di un millimetro.

Commovente è il momento in cui Cristiano incontra per la prima volta Giovanni, suo figlio, nato prematuro: “In quel momento realizzai con chiarezza che era mia figlio. Sentii la sa presenza dentro di me. Il suo sangue era terriccio fertile che scorreva nel mio, come se lui avesse fatto nascere me”.

I due iniziano a conoscersi e a capirsi proprio quando si incontrano “un figlio dimenticato e un padre invisibile”.

Mentre nasce Giovanni, il padre di Cristiano, di cui non sapremo mai il nome, sta per morire. Un padre che non gli aveva “lasciato niente in superficie”, ma forse gli aveva lasciato “qualcosa di difettoso dentro”, un mucchio d’ossa su un letto d’ospedale, collegato non si sa più a quante macchine, con il quale Cristiano, 33 anni, inizia a giocare e a raccontare fiabe. Lui non può rispondere, non parla, ma con gli occhi dice tutto.

Cristiano alla fine dovrà fare i conti con se stesso, con “i frutti dimenticati” che si ritrova dentro, tenendo stretto Giovanni. Il suo faro nelle tenebre.

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