“E la chiamano estate”, un racconto fragile e delicato che appartiene a tutti

(Recensione e foto di Azzurra Sichera)

E la chiamano estate” di Jillian e Mariko Tamaki (Bao Publishing) l’ho letto tutto d’un fiato. Devo ringraziare la mia amica Alessia ♥ per avermi introdotto al mondo della graphic novel con questa storia così delicata, esattamente come i tratti usati per descriverla.

TRAMA – Rose e i suoi genitori vanno ad Awago Beach da quando lei era bambina. È la sua fuga estiva, il suo rifugio. A farle compagnia, c’è anche Windy, l’amica di sempre, la sorellina che non ha mai avuto. Ma questa estate è diversa. La mamma e il papà di Rose non fanno altro che litigare, e Rose e Windy si trovano a essere testimoni di una piccola tragedia in pieno svolgimento nella comunità di Awago Beach. È un’estate di segreti e batticuori, ed è un bene che le due amiche possano fidarsi ciecamente una dell’altra.

Io non so di preciso quando ho smesso di essere bambina, se c’è stato un evento particolare o un momento specifico, ma sono certa che sia successo d’estate. Non so perché, ma sembra che i momenti di formazione più intensi, ci colpiscano con la bella stagione, magari in riva al mare o sotto le stelle.

Succede lo stesso a Rose e Windy. Rose deve affrontare alcune cose più grandi di lei in quell’estate, le liti continue dei suoi genitori che non comprende, la prima vera cotta per un ragazzo, e in questa continua girandola di emozione sembra essere sempre traballante su un filo. Come non capirla, del resto.

In questa graphic novel c’è anche la morte, l’idea e il desiderio della morte, spesso sbirciata nei dvd dell’horror; bilanciata dalla voglia di vivere di Windy (che, diciamolo, va avanti a forza di zuccheri), e della nonna, che ancora pensa a farsi i suoi aperitivi. Semplicemente mitica.

Windy mi ha colpita particolarmente, forse più di Rose. Mi hanno commossa le sue fragilità, le sue insicurezze malamente nascoste dietro balli scatenati. Me l’immagino mentre alza le spalle nella mia direzione mentre mi dice: “Fai un po’ come ti pare, non mi interessa”. E invece lo so, che le interessa.

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