“Storie di libri e tecnologie” di Maria Gioia Tavoni

Il mondo del libro, nel corso dei secoli, è stato investito da profonde trasformazioni. Maria Gioia Tavoni, con il suo libro “Storie di libri e tecnologie(Carocci), inizia a parlarci di questa storia del libro dall’avvento della stampa.

Nuove procedure che portarono alla nascita di nuovi mestieri e, in modo più ampio, a un radicale cambiamento della società, dell’economia e dei costumi, attraverso la diffusione di un nuovo modo di fare cultura.

Se da una parte c’è stato chi non ha saputo reinventarsi alla luce dell’invenzione della stampa a caratteri mobili, altri personaggi illustrati come Manuzio e Griffo hanno contribuito a scrivere questa storia così affascinante.

L’autrice pone anche l’attenzione su aspetti che non sono per nulla marginali, come l’impiego dei bambini nelle officine tipografiche, o il ruolo che ha assunto la donna nell’ambito dell’ars artificialiter scribendi.

Ma ai bambini si pensò anche come fruitori di quel libro che diventa sempre più “merce”, in un’ottica dal sapore imprenditoriale, e che diventa veicolo di istruzione, anche e per mezzo di tavole, disegni e illustrazioni.

Istruzione che parte dalla lingua italiana. Nei sillabari “i testi e le illustrazioni avevano d’obbligo un alto contenuto educativo e dunque potevano diffondere la conoscenza dell’italiano a partire dalla denominazione degli oggetti domestici, dei nomi degli animali, dei giochi e dei mestieri”.

Un’attenzione che oggi ci può sembrare quasi “scontata”, se si pensa a quanto peso abbiano nel mercato editoriale odierno la letteratura per l’infanzia e i libri di apprendimento, ma se la inseriamo nell’ottica di una cultura che iniziava a muovere i primi passi al di là di circoli ristretti di eruditi avremo la percezione dell’enorme portata del fenomeno.

Maria Gioia Tavoni traccia anche la storia dei giornali e delle riviste, ponendo l’accento sulla nascita del feuilleton, termine che in Francia indicava “il supplemento del quotidiano di (quattro) pagine in cui erano inseriti articoli di critica letteraria e teatrale e notizie di argomento culturale”, e su cui si iniziarono anche a pubblicare testi narrativi a puntate.

Alexander Dumas fece conoscere proprio così il suo Conte di Montecristo, ai lettori. Provate a immaginare come sarebbe stato vivere il pathos di quel romanzo leggendolo a puntate, concedendosi quella lentezza che ormai pare essere diventata un lusso che non possiamo più permetterci.

Ho trovato di grande interesse e pieno di curiosità il quinto capitolo del libro, “La fiction: un altro caso a sé”, in cui l’autrice ci parla di due libri che hanno come ambientazione un’officina tipografica e come i due autori presi ad esame, distanti e diversi ma allo stesso tempo legati da un filo rosso, siano diventati interpreti lucidi della loro epoca. Rendendoci partecipi come solo la grande narrativa riesce a fare.

Ma l’occhio al passato serve anche per provare a delineare gli scenari futuri, ancora una volta legati allo sviluppo tecnologico, da sempre promotore di cambiamenti culturali, economici e sociali. Quale storia del libro stiamo scrivendo oggi? E con quali mezzi? Maria Gioia Tavoni conclude con degli auspici, alcuni dei quali mi auguro fortemente vengano ascoltati, affinché la cultura non torni a essere privilegio di pochi.

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