Wulf Dorn, “La psichiatra”: una trama che delude e lascia troppe cose fuori posto

(Recensione e foto di Azzurra Sichera)

Premetto di essere una gran fifona. Nonostante abbia iniziato a leggere Stephen King a 14 anni (il buon vecchio Stephen, non la versione annacquata e sbiadita degli ultimi romanzi), i thriller di un certo livello mi mettono sempre un po’ di ansia addosso, ansia che in alcuni casi si trasforma in veri e propri incubi.

Con Dorn invece ho dormito sonni tranquilli. Sì perché per scrivere un thriller come si deve non puoi lasciare nulla al caso. Nessun particolare deve essere tralasciato e alla fine ogni tassello deve essere messo al suo posto. Non importa se il lettore lo ha già intuito, lo scrittore deve comunque scendere nel dettaglio, senza ovviamente farti capire che ti sta spiegando ogni cosa.

La bravura sta proprio lì. E in Wulf Dorn manca. Almeno, non c’è in “La psichiatra”, l’unico suo romanzo che ho letto. In rete ho trovato commenti del tutto discordanti e accese discussioni, come capita spesso. Ma una cosa non può essere oggetto di discussione: la narrazione in molti punti è carente e al lettore rimangono fin troppe domande (e non nel senso positivo, come a volte succede, quando l’angoscia ti continua a tormentare anche dopo aver posato il romanzo nella libreria).

In tanti si sono lamentati per la violenza di questo romanzo, ma io onestamente non ne ho trovata molta. A mio avviso l’unico momento di alta tensione è stato il racconto dell’evento traumatico destabilizzante: lì è stato davvero crudo, il personaggio di Harald è trattato benissimo – secondo me è quello più riuscito -, ho avvertito davvero la paura, e il senso di angoscia. Peccato che per gustarmi un momento del genere ho dovuto aspettare la fine e leggere duecento pagine che mi hanno lasciata perplessa e a tratti anche annoiata per le ripetizioni e le dinamiche sempre uguali.

Ecco un passo per cui ho sorriso, dal capitolo 29:

Sollevò il capo per quanto le era possibile. A meno di un metro da lei, su uno sgabello girevole, era seduto un uomo a torso nudo. Portava un passamontagna che lasciava scoperti solo gli occhi e la bocca. […] Poi si accorse che Ellen aveva ripreso i sensi. La guardò brevemente ed Ellen vide che aveva la fronte madida di sudore.

Ellen, scusa, ma come hai fatto a vedere la fronte se aveva il passamontagna? Da qui in poi, se qualcuno non ha letto il romanzo è meglio che non continui a leggere, perché ho delle domande per chi invece ha avuto modo di farlo.

Quando ha il primo incontro/scontro con l’Uomo Nero lui le dice: “Ecco il mio indizio: Tatàà il primo pensiero è sempre il migliore”. Bene, si può sapere perché di questa frase non se ne saprà mai più nulla?

Perché la chiave che le lascia l’Uomo Nero a casa e che doveva aprire la cassetta della posta, in realtà non la apre e lei è costretta a forzarla?

Chi ha ucciso il gatto? Chris? Un’altra cosa: Chris ha davvero avuto il tempo di metterla a confronto con i suoi traumi o lei lo ha ammazzato prima?

Ultimissima cosa: scopri che il tuo collega ti stalkerizza, ti fa foto accucciato dietro i cespugli e tu per tutta risposta – nonostante sia abbastanza fragile mentalmente – gli dai un bacio?

Peccato, davvero peccato. Non so se riuscirò a dare a Dorn un’altra possibilità. Voi che suggerite?

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