“La felicità del cactus” di Sarah Haywood: che cambiamento per Susan!

Mi è piaciuto molto “La felicità del cactus” di Sarah Haywood (Feltrinelli). Al di là della storia molto particolare di Susan, la protagonista del romanzo, penso che ognuno di noi possa rispecchiarsi nei suoi timori, nelle sue paure, e possa comprendere quanto sia difficile lasciarsi andare – per davvero – al cambiamento.

TRAMA – Susan Green adora l’efficienza e la pianificazione. Con buona pace di famiglia e colleghi, che la trovano fredda e difficile da avvicinare. Ma la vita di Susan ha perfettamente senso… per Susan. Ha un appartamento a Londra tagliato su misura sulle sue esigenze, un lavoro che soddisfa la sua passione per la logica e un accordo del tutto civile e congeniale che le garantisce adeguati stimoli culturali, e non solo, senza ricorrere a inutili sdolcinatezze. Guai perciò a tentare di abbozzare un qualsiasi coinvolgimento emotivo e accorciare le distanze: Susan punge, come i cactus che colleziona. Eppure, si sa, la vita sfugge a ogni controllo. Perciò quando Susan si trova a dover fronteggiare i due eventi più imprevedibili di tutti – un lutto e una gravidanza – il suo aplomb inizia a vacillare. Tutto il mondo sembra impazzito, sia dentro che fuori di lei. Mentre, suo malgrado, si scopre a sorridere come una sciocca svenevole davanti a un banale referto medico, suo fratello Edward, che non ha mai combinato niente nella vita, finisce per ereditare quasi tutti i beni di famiglia. Ma proprio quando Susan inizierà a capire di non poter fare tutto da sola, riceverà aiuto dalle persone più insperate. E l’inflessibile femminista di ferro, la donna combattiva e spinosa come i suoi cactus, si troverà a fiorire.

“Io mi definisco una donna autonoma e piena di risorse. Ciò che mi manca in termini di relazioni personali e familiari è più che compensato dalla mia ricca vita interiore, infinitamente più stabile e sicura”. Ecco chi è Susan Green, la protagonista de “La felicità del cactus”. Una donna che ha deciso di essere “completamente autonoma da un punto di vista emotivo e finanziario” in modo tale da non essere ferita. Dipendere da un’altra persona significa poter essere delusi, quindi meglio essere “padroni della propria vita” senza dover rendere conto e ragione a nessuno.

Susan non si fa avvicinare da nessuno e anche il lettore, all’inizio, fa fatica a entrare in empatia con il personaggio, esattamente come sarebbe potuto succedere nella vita di tutti i giorni. Susan racconta la sua storia in prima persona, senza arricchirla o senza fronzoli, non sarebbe lei altrimenti. Della serie, se ti interessa bene, se no amen. Devo dire che l’autrice in questo è stata sorprendente, sia nella scelta del punto di vista che nello stile usato. Poteva rivelarsi un boomerang, ma credo sia stata una carta vincente. (Piccolo inciso: ho letto in rete recensioni in cui c’è scritto “linguaggio troppo semplice”. A questi lettori che hanno storto il naso posso dire che non hanno proprio capito nulla, perché qui l’autrice ha scelto uno stile, lo ha adottato, non se l’è ritrovato per caso).

Tornando a Susan, spesso mi ha fatto sorridere per la sua rigidità e per il suo pragmatismo: il più delle volte dice e fa le cose in modo perfettamente “razionale”, ma suonano comunque come “strane”. La vita però, per quanto ci piacerebbe, non può essere programmata, riducendo al minimo gli sprechi, pianificando gli eventi e chiudendo nel cassetto le emozioni. La morte della madre e l’aver scoperto di essere incinta ribalteranno ogni certezza (o quasi).

Anche in questo caso, devo dire che Sarah Haywood ha usato uno stretagemma narrativo davvero molto interessante: la trasformazione di Susan avviene contemporaneamente sia dal punto di vista fisico che emotivo. La seguiremo dal terzo mese di gravidanza in poi, fino al parto: sei mesi in cui il cambiamento sarà lento, impercettibile, inarrestabile. Del resto, Mark Twain sosteneva: “L’abitudine è l’abitudine, e nessun uomo può buttarla dalla finestra; se mai la si può sospingere giù per le scale, un gradino alla volta”.

E un gradino alla volta Susan farà i conti con le sue fragilità, ci racconterà del suo passato, ma molte cose – sconvolgenti – le scoprirà nel corso della narrazione e affrontarle non sarà facile. Così come non lo sarà capire che non può farlo da sola. Credo che l’evoluzione di un personaggio sia una delle cose più difficili da raccontare, ma Sarah Haywood ci è riuscita molto bene, specie perché l’ha fatto in modo credibile, senza fare sconti, rendendo il lettore partecipe, lasciandogli spazio per confrontarsi con le proprie emozioni.

Nella trama de “La felicità del cactus” si legge: “Susan punge, come i cactus che colleziona”. Rob, l’amico del fratello di Susan che progetta giardini, a un certo punto spiega una cosa importante: i cactus hanno sviluppato le spine al posto delle foglie “per ridurre la superficie attraverso cui fuoriesce l’acqua, senza rinunciare a fare ombra al corpo centrare della pianta”. Molti pensano che le spine servano a tenere lontani i predatori, ma si sbagliano, continua. Ci tengo a sottolinearlo perché la differenza è importante: i cactus non volevano difendersi, hanno sviluppato un sistema più pratico per loro stessi, per il loro bene. In questo Susan gli assomiglia, nelle loro efficienza, non nella volontà di pungere.

Susan è così fragile – sebbene non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura – che per lei sarebbe impossibile fare del male volontariamente, specie per quello che ha subito. Nemmeno a suo fratello Edward, nonostante lo consideri “un completo spreco di ossigeno”, e non faccia che ripeterlo (sì, anche con lui presente). Il rapporto tra loro subirà il cambiamento più profondo, per diverse ragioni, ma Susan sulla loro infanzia è irremovibile.

“Sembra che ancora una volta ci ricordiamo le cose in modo diverso. Del resto la verità è soggettiva, ognuno ha la propria versione. Forse le nostre sono entrambe valide”, dice la nostra protagonista al fratello. Ha ceduto su tante cose, ma sul suo passato Susan non ha intenzione di cambiare la sua verisone dei fatti. Almeno, non ancora. Diamole tempo.

All’improvviso il mondo mi sembra più grande e pieno di suoni e colori, molto più di quanto lo fosse appena pochi giorni fa. Ancora non sono certa di aver capito chi sono io in relazione a questo nuovo mondo, ma va bene così.

Chiudo con un altro passaggio che mi ha fatto pensare. “Mi turbava l’idea che altri avessero accesso ad aspetti di me che non conoscevo”, ammette Susan a un certo punto, eppure io credo che questa sia una delle cose che più mi abbia sorpreso finora. Per quanto possiamo sforzarci di conoscerci, di guardarci allo specchio per capire chi siamo, è solo attraverso gli occhi di chi ci ama o di chi ci vuole davvero molto bene che riusciamo a guardarci da angolature che da soli non riusciremo mai a vedere. Se poi gli altri, dopo averci conosciuti, restano al nostro fianco, bè, allora avviene la magia. Vero, Susan?

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