“L’amore a vent’anni” di Giorgio Biferali: ma anche a 30, 40, 50…

Ho comprato “L’amore a vent’anni” di Giorgio Biferali (Tunuè) un po’ dolendomi di averne già più di 35. Pensavo: sarà un bel tuffo nei ricordi. Poi leggendo ho capito: l’amore è uguale a tutte le età. E no, questa non è la recensione di un libro d’amore, questa è la recensione di un libro che con un lungo flusso di pensieri ti racconta una storia, una storia vera con fatti e personaggi, e ti lascia da solo mentre scopri che innamorarsi, emozionarsi, soffrire è il solo modo che abbiamo per comprendere davvero chi siamo, come siamo fatti. A 20, 30, 40, 50 anni, non conta.

TRAMA – Giulio e Silvia abitano nella stessa strada, ma si conoscono in facoltà. Lui, cresciuto con due fratelli e genitori che stanno insieme da sempre, vive nel ricordo di amori infantili fatti di sguardi fugaci e imbarazzi; lei, figlia unica e costretta a vivere con una madre che non sopporta, ha varie storie tormentate alle spalle e si sente ormai incapace di legarsi a qualcuno. Sullo sfondo di una Roma umorale e capricciosa, l’incontro con Silvia trascinerà Giulio in un amore simile a un’altalena, dalla quale sarebbe bene scendere, a meno di voler scoprire il più inaspettato e beffardo dei segreti.

Ho iniziato il libro appena comprato, così un po’ per caso. E in men che non si dica, complice anche l’ambientazione romana, ero già al capitolo 5. Non avevo sottolineato nulla, non avevo con me una matita o un evidenziatore. Sono tornata indietro più volte, poi, cercando le frasi da sottolineare, come faccio sempre, quelle che mi avevano colpita di più, le pagine da segnare con un orecchione per ricordarmi di rileggerle ogni tanto o per ritrovarle all’occorrenza. Ma niente.

Giorgio – lo chiameremo per nome, questo trentenne che a Palermo, alla Marina di Libri, si è presentato con un cappellino da baseball e una camicia hawaiana – scrive senza pause. Non hai bisogno di concentrazione per leggere il suo libro, ti ci tuffi dentro. E anche quando ti fa male e vorresti interrompere non ci riesci fino a quando una pagina bianca non divide un capitolo da un altro. E allora prendi il libro e lo metti lontano per un po’, ma le parole continuano a scorrerti dentro.

… ecco, adesso ho capito a cosa serve il cuore. Eravamo due bambini, io e lei, in quel momento, appena saliti sulle montagne russe, che ancora erano ferma, erano passati a controllarci più volte per vedere se eravamo legati bene, se stavamo al sicuro, mentre noi ci guardavamo ridendo, felici, pronti a partire.

Sì, la relazione tra Giulio e Silvia può essere descritta con la più banale delle metafore, quella delle montagne russe. Sono due persone ferite, Silvia consapevolmente, per via della separazione dei suoi e della solitudine in cui è stata costretta a crescere e che la fa agire come se non dovesse mai rendere conto a nessuno; Giulio, meno consapevolmente, anche se l’infelicità del padre abita in lui molto più di quanto lui stesso riesca a rendersi conto. Ed è solo crescendo, diventando uomo, restando gravemente ferito, che imparerà a vedere.

… forse a me e Silvia erano le case a fregarci. Dovreste fare un viaggio a settimana e vivere in mille airbnb diversi.

Giulio si renderà conto che non si può vivere solo dentro a una bolla. Bruges, Parigi, una casa vuota. L’amore non è togliersi tutti i vestiti e infilarsi in un letto appena arrivati in albergo. Cos’è l’amore allora? Giulio crede di saperlo.

… quando la vedi per la prima volta che si muove e si guarda intorno e vive lì in quel momento davanti a te.

Ma quello, caro Giulio, non basta. E ci dispiace che tu abbia dovuto scoprirlo a tue spese.

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