“Di niente e di nessuno” di Dario Levantino: Palermo tra sangue e miseria

“Di niente e di nessuno” di Dario Levantino (Fazi) è stata una lettura complicata, come spesso mi succede quando c’è la città in cui vivo tra le pagine di un libro. Palermo racchiude rioni che sono paesi, che sono mondi a parte, territorio di nessuno che plasma e forgia. Quindi non basta dire: “Sono nato a Palermo”, devi specificare anche “a quale quartiere appartieni”. Perché sarà parte della tua storia.

TRAMA – Brancaccio, periferia di Palermo. Rosario è un adolescente solitario con la passione per la mitologia classica e il mare. Il padre, cinico e bugiardo, ha un negozio di integratori per sportivi in cui gestisce lo smercio illecito di sostanze stupefacenti; la madre, accudente e remissiva, dedica tutto il proprio tempo alla cura della casa e della famiglia. Solo di tanto in tanto, la donna si concede una pausa per lucidare il trofeo vinto come miglior portiere da nonno Rosario, morto prematuramente nel terremoto del Belice del 1968. Quando, per accontentare un inconfessato desiderio della madre, il ragazzo decide di giocare in quello stesso ruolo con la squadra di quartiere, il percorso che lo condurrà all’età adulta ha inizio: tra i pestaggi, la scoperta dell’amore e il disincanto, Rosario troverà la forza di emanciparsi dalla violenza e dalla menzogna che da sempre hanno oppresso la sua vita.

Ho fatto fatica a empatizzare con Rosario, lo ammetto. Questo ragazzino che compone poesie, amante dell’epica ma che parla solo in siciliano, spesso non l’ho capito. Io e lui siamo nati a Palermo, ma non potremmo essere più distanti. Anche io sono cresciuta in periferia, però in una che non somiglia nemmeno un po’ a Brancaccio.

Il mio quartiere. Un aborto urbano, un non luogo. Io, che ci sono cresciuto, cammino con sicurezza: non guardo le vie, mi oriento col naso. C’è puzza di grasso e di polvere e di soffritto di cipolla. C’è un odore saggio, che corrode, che mi conosce, quello del mare. Il Tirreno dista pochi metri da casa mia, quando indosso i vestiti che mia mamma stende fuori, profumano di smog e mareggiate.

Rosario è figlio del suo quartiere. Vive una condizione familiare devastante, che nella seconda parte del romanzo lo sarà ancora di più; il calcio gli viene portato via a forza di pugni, anche se lui continua a ripetere che non si “scanta di nenti e di nuddu”, ovvero non si spaventa di niente e di nessuno; così giovane dovrà sobbarcarsi un peso enorme e fare delle scelte radicali.

Ero, come si dice a Palermo, un cane di mànnara. Ma questa natura iniziava a piacermi, perché in fin dei conti anche gli eroi della mitologia erano degli emarginati.

La scrittura dell’autore si allinea alla storia che viene descritta. Nervosa, a scatti, si muove tra le pagine proprio come Rosario cammina tra le vie di Brancaccio. Non fa sconti, nemmeno quando c’è da descrivere violenza e sporcizia, Dario Levantino, e restituisce il ritratto di un quartiere attraverso immagini, dipingendone i contorni: i ragazzi distesi sui motorini, le gare dei cani, l’odore di fritto della vicina di casa.

Una Palermo cruda, tra sangue e miseria che si legge nei volti della gente che la vive. Sono certa che riconoscerei Rosario se lo incontrassi, magari in via Roma. Così come so che lui, se incrociasse il mio sguardo, non mi saluterebbe…

Please follow and like us:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *