“Le poche cose certe” di Valentina Farinaccio: un concentrato di parole belle

“Le poche cose certe” di Valentina Farinaccio (Mondadori) è uno di quei libri che quando lo prendi e lo inizi, poi non lo molli più fino a quando non l’hai letto tutto.

TRAMA – “Arturo si era convinto di potere una vita speciale, ma poi non muoveva passi, verso l’ignoto, per paura di una vita vera. Il risultato era una vita fasulla, come quella delle formiche inoperose”. È da dieci anni che Arturo non sale su un tram. L’ultima volta che lo ha fatto era un giovane attore di belle speranze e andava a incontrare una ragazza perfetta e misteriosa, con il nome di un’isola, quella leggendaria di Platone: Atlantide. Ma il destino cancella il loro appuntamento e, da lì in poi, niente andrà come doveva andare.

Descrivervi “Le poche cose certe” è più che difficile: Valentina Farinaccio ha una scrittura così densa ed evocativa che l’unica cosa che si può fare è perdersi tra le sue pagine. La sua propensione al racconto non lascia scampo: imbriglia nella rete delle sue parole, nella bellezza delle immagini che descrive, nella fluidità con cui colora ogni personaggio rendendo i contorni sempre più marcati, definiti.

In “Le poche cose certe” conosciamo Arturo, un uomo complesso, pieno di sfaccettature, difficile da raccontare dopo che Valentina Farinaccio l’ha fatto così bene nel suo romanzo.

Se a qualche scrittore fosse venuta la pazza idea di infilarlo in un romanzo, un essere umano così, il lettore avrebbe avuto il diritto sacrosanto di liquidarlo con due schiaffi immmaginati. Inetto, pauroso, ingrato nei confronti di una vita che lo aspettava, mentre lui appositamente ritardava. 

Di Arturo ci viene presentato un prima e un dopo, un’andata e un ritorno distanti dieci anni, un ragazzo che si fa uomo e che affronta la sua paura dell’immobilità seduto su un tram in movimento.

Artuto si era convinto di potere una vita speciale, ma poi non muoveva passi, verso l’ignoto, per paura di una vita vera. Il risultato era una vita fasulla, come quella delle formiche inoperose. Arturo era un divano rimasto con la plastica addosso, messo in quelle stanze in cui non si entra per paura di sporcare, e di rovinare. Che certe vite, poi, invecchiano così: senza mai essere state usate.

Una contrapposizione che racchiude ogni cosa. Artura resta fermo mentre gli altri vanno avanti, resta seduto quando dovrebbe correre per afferrare una possibilità, cerca nelle tasche qualcosa che lì dentro non ci potrà mai stare, si specchia nel finestrino ma si riconosce soltanto in un disegno.

Arturo ci racconta molto di sé, della sua continua paura di ogni cosa, che poi vuol dire solo paura di vivere. “Perché le vite degli altri sembrano sempre più riuscite della nostra, ma poi sono sempre uguali alla nostra”.

L’autrice ci descrive questo male di vivere senza sovraccaricarlo di fronzoli, ma in tutta la sua cruda realtà. Arturo è un uomo che andrà a pezzi per poi provare a rimettersi in piedi. I dieci anni che racconta saranno scanditi da incontri, tutti a loro modo significativi, unici, determinanti.

Perché solo nel momento in cui Arturo riuscirà a uscire dai confini di se stesso non avrà più paura di salire sul tram. Nel momento in cui smetterà di colorare dentro i bordi si confronterà con le sue decisioni.

Le piccole cose certe” è davvero un concentrato di parole belle, non saprei definirlo in modo diverso. Mi ha toccato, ma più di tutti è stato il padre di Arturo, Dino. Ci sono un paio di momenti, sul finire, in cui il suo modo di esserci, di stare nello spazio, me l’hanno descritto più di centinaia di pagine. Sono certa che senza un padre così, Arturo difficilmente avrebbe messo di nuovo un passo davanti all’altro.

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