“Open” di Andre Agassi: una vera e propria rivelazione

È stata una vera e propria rivelazione “Open” di Andre Agassi: (Einaudi): sin dalle prima pagine mi ha colpito emotivamente e non mi sarei mai aspettata di rimanere così coinvolta.

TRAMA – Uno dei più grandi campioni di tennis di tutti i tempi si racconta senza pudore in un memoir che ha fatto scalpore nel mondo, non solo in quello del tennis.

Che questo libro sia stato scritto insieme a un Premio Pulitzer, J.R. Moehringer, si nota. Nei ringraziamenti, Agassi racconta che per mesi ha parlato con lui mentre un registratore era acceso. La sua vita è finita su dei nastri, in modo emotivo, di certo non cronologico, senza tutti i particolari, le date e i nomi, che sono stati aggiunti in seguito con un lavoro certosino che ha prodotto un risultato finale davvero sorprendente.

Ovviamente è il lato umano del campione che più mi ha colpita e, non lo nascondo, a tratti commossa. Agassi fin da subito ci confessa qualcosa che spiazza: “Io odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare”.

Lo odia quando suo padre, da piccolissimo, lo costringe ad affrontare “il drago”, una macchina che lancia palline da tennis. E a suo padre il piccolo Andre non può dire di no perché quando si arrabbia succedono cose brutte: “Se lui dice che giocherò a tennis, che diventerò il numero uno, quello è il mio destino, tutto ciò che posso fare e annuire e obbedire”. Annuire e obbedire, anche se non vuole giocare a tennis.

Uno sport che diventa quasi una tortura alla Bollettieri Academy dove suo padre lo costringe ad andare. Un posto orrendo, descritto nel libro in modo impeccabile, al punto tale da farti sentire addosso l’odore nauseabondo della sbobba che erano costretti a mangiare o che arrivava dalla fabbrica vicina. Lì Andre, pre-adolescente, prova a ribellarsi e c’è una frase che colpisce al cuore perché arriva da un ragazzino di 12 anni:

Quale nuovo peccato posso commettere per dimostrare al mondo che sono infelice e voglio tornare a casa?

Ad Agassi è stata rubata l’infanzia, l’adolescenza ed è successo sotto la luce dei riflettori. Durante tutto il libro, e quindi, la sua carriera, ricorre il rapporto con i giornalisti, le bugie che loro hanno detto su di lui, le bugie che lui ha raccontato a loro, i conflitti, le conferenze stampa obbligatorie che lui saltava, le volte in cui lo hanno etichettato senza prendersi la briga di capire chi fosse, quelle in cui gli hanno detto che era finito. Penso che con questo libro si sia tolto qualche bel sassolino e abbia potuto finalmente esprimere quello che non era riuscito a dire, ovvero che era lui il primo a non capire chi fosse e che stava provando a scoprirlo.

Quando ho cominciato non ero niente. Non mi sono trasformato, mi sono formato. Quando ho cominciato a giocare a tennis ero come la maggior parte dei ragazzini: non sapevo chi ero e mi ribellavo al fatto che fossero i grandi a dirmelo.

Come la vita di ognuno di noi, anche quella di Agassi è stata segnata dalle persone che hanno camminato al suo fianco. L’incontro con Gil Reyes lo ha senza dubbio salvato:

Gli spiego che la mia vita non mi è mai appartenuta neppure per un giorno. È sempre stata di qualcun altro. Prima mio padre. Poi Nick. E sempre, sempre il tennis. Perfino il mio corpo non era mio prima che incontrassi Gil, che sta facendo quello che dovrebbe essere il compito di un padre. Rendermi più forte.

Dopo il loro primo viaggio insieme, Gil gli fa un discorso e non mi vergogno nel dire che ho pianto. “Uno dei grandi rimpianti della mia vita e di non aver avuto con me un registratore. Comunque, lo ricordo quasi parola per parola”, scrive Agassi, e ce lo regala con estrema generosità.

Ed è generoso davvero in tutto il libro. Quando ci racconta quanto dolore prova alla schiena (ha la spondilolistesi e una vertebra spostata); le sue storie d’amore, quella tormentata con Brooke Shields e poi quella da sempre sognata con Steffi Graf; gli allenamenti; i suoi rivali storici; le emozioni dopo ogni incontro.

Vincere non cambia niente. Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta. E ciò che provi dopo aver vinto non dura altrettanto a lungo. Nemmeno lontanamente.

Agassi ha vissuto come su delle montagne russe, alternando stati emotivi diametralmente opposti, passando dalla gioia alla frustrazione, dalla serenità alla rabbia. Anche quando diventa il numero uno al mondo si sente vuoto. “Se essere il numero uno mi fa sentire vuoto, insoddisfatto, che senso ha? Tanto vale che mi ritiri”, pensa mentre si trova a Palermo nel 1995.

Tutto cambia quando capirà cosa lo fa sentire bene: aiutare gli altri. Si dedicherà anima e corpo alla costruzione di una scuola d’eccellenza in un quartiere a rischio di Las Vegas e allora giocare a tennis avrà uno scopo: raccogliere fondi per il suo progetto educativo. Lo scopo diventerà ancora più bello e più grande dopo la nascita dei suoi figli. Con un unico filo rosso che unisce ogni cosa, il primo insegnamento alla sua accademia: il rispetto.

E allora, a chi importa se odi il tennis? Tutta quella gente là fuori, tutti i milioni di persone che odiano ciò che fanno per vivere, lo fanno comunque. Forse il punto è proprio fare ciò che odi, farlo bene e con allegria. Odi il tennis, quindi. Odialo quanto ti pare, ma devi pur sempre rispettarlo e rispettare te stesso.

Come dicevo, un libro davvero sorprendente. Forse alcune parti potranno sembrare ripetitive, quando Agassi gira per il mondo sempre per gli stessi tornei o quando racconta la serie di incontri che gioca. Ma, per me che non conoscevo gli esiti, quelli vissuti punto dopo punto, tra set persi e recuperati, mi hanno tenuta con il fiato sospeso. Bello, assolutamente consigliato.

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