“La felicità domestica” di Lev Tolstoj: un concentrato di emozioni

È davvero un concentrato di emozioni “La felicità domestica” di Lev Tolstoj che torna in libreria con Fazi, da oggi giovedì 18 febbraio.

TRAMA – Rimasta orfana a diciassette anni, Mascia vive con Sonia, la sorella minore, e Katia, la governante. L’inverno è lungo e cupo, nella campagna russa: le finestre gelate, le stanze vuote, le persone silenziose. Finché a portare un po’ di luce arriva lui, Serghièi Mikhàilovic, un vecchio amico di famiglia: aveva lasciato una bambina e ritrova una giovane donna avvenente. Dopo un corteggiamento fatto di bisbigli, mezze confessioni e impacciati camuffamenti, Mascia e Serghièi si sposano, lei più che mai convinta che i vent’anni di differenza non intaccheranno il loro amore, lui, dall’alto della sua età, ben più dubbioso eppure disposto a illudersi. Ma come l’innamoramento, anche la consunzione del rapporto è una cronaca annunciata. Ben presto la ragazza scoprirà che la vita coniugale e i propri sentimenti nei confronti del marito sono molto più complessi di quanto immaginasse e hanno poco a che fare con le nozioni di vita matrimoniale che aveva appreso da bambina.

Sembra davvero incredibile che “La felicità domestica” sia stato scritto nel 1859 perché è un romanzo che guarda con occhio lucido e assolutamente moderno ai rapporti di coppia, alle dinamiche che si instaurano all’inizio di una relazione, a come i sentimenti nel corso degli anni si modifichino così tanto che sembra quasi impossibile chiamarli con lo stesso nome.

Tolstoj usa il punto di vista della giovanissima Mascia per raccontare il suo approccio all’amore, ma soprattutto alla vita. Mascia rivede Serghièi dopo diversi anni e la sua presenza la tira fuori dall’inedia in cui si era racchiusa diventando orfana. Può Mascia definire “amore” quello che prova per quell’uomo, vent’anni più grande di lei?

Lui perde la testa per quella giovane donna così bella ma quando lei stessa gli chiede: “Per cosa allora mi amate? Per la giovinezza o per me stessa?”, lui risponde: “Non so, ma amo”. Può Serghièi definire il suo sentimento, “amore”?

Forse mai prima d’ora, mi erano sembrati così labili i confini di un sentimento e così poco chiare le parole che siamo soliti usare per descriverli. Eppure Mascia non smette mai di interrogarsi sulle sue emozioni, portando con sé il lettore.

Dopo la novità del corteggiamento, con il matrimonio sopraggiunge anche la noia di una tranquilla vita di campagna, in cui i giorni si susseguono senza che succeda mai nulla.

Il mio amore aveva sofferto un arresto, e non cresceva più; anzi, di là dell’amore incominciava a farsi strada nell’anima mia non so quale inquieto sentimento. A me poco era amare, dopo aver provata la felicità di iniziarmi ad amarlo. Avevo voglia di moto, e non di questo tranquillo fluire di vita. Avevo voglia di emozioni, di rischi, e di sacrificarmi tutta per un sentimento. C’era in me una sovrabbondanza di forze, le quali non trovavano luogo nella nostra placida vita.

Mascia diventa inquieta, riprenderà vita solo quando lui la porterà in città e lì, tra balli e ricevimenti, tra lusinghe e complimenti, la giovane ritroverà il colorito del volto, ma allontanerà suo marito. I due saranno sempre più distanti, incapaci di parlare a viso aperto come facevano un tempo, giudicandosi in modo falso, lasciando solo che la cortesia faccia da collante.

Lei però non cederà e tornerà sui suoi passi, andando a cercare il marito come è “giusto” che faccia. È significativo – sebbene distante dalle nostre concezioni –  come sul finire lei lo rimproveri di non essere stato capace di istruirla sulla vita, di averla lasciata sbagliare per conto suo, senza quasi tenerla a freno: “Perché mi davi una libertà della quale io non sapevo far uso, perché hai tralasciato d’ammaestrarmi?”.

Anche in quel caso Serghièi non capisce il discorso della moglie, troppo instabile nel comprendere cosa desidera veramente, incapace ancora di conoscersi.

“Cosa dunque desiderare ancora? Egli è buono, dolce, è un bravo marito, bravo padre; non so io stessa cosa ancora mi manchi”. 

Forse a Mascia non possiamo farne una colpa, perché ci sono giorni in cui nessuno di noi lo sa. Accompagnarla tra dubbi e consapevolezze è stato un viaggio incredibile. E faccio mia una frase che mi ha colpito più di tutte: “Avevo bisogno che il sentimento guidasse noi nella vita, e non la vita il sentimento”.

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