“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf: una lettura agrodolce

“Forse che sì, forse che no”. Dopo aver finito la lettura di “Le nostre anime di notte” di Kent Haruf (NN editore), un libro calorosamente consigliato e dal quale mi aspettavo molto, mi scopro a cercare buoni motivi per non bocciarlo del tutto.

TRAMA – È nella cittadina di Holt, Colorado, che un giorno Addie Moore rende una visita inaspettata al vicino di casa, Louis Waters. I due sono entrambi in là con gli anni, vedovi, e le loro giornate si sono svuotate di incombenze e occasioni. La proposta di Addie è scandalosa e diretta: vuoi passare le notti da me? Inizia così una storia di intimità, amicizia e amore, fatta di racconti sussurrati alla luce delle stelle e piccoli gesti di premura. Ma la comunità di Holt non accetta la relazione di Addie e Louis, che considera inspiegabile, ribelle e spregiudicata. E i due protagonisti si trovano a dover scegliere tra la propria libertà e il rimpianto.

Da lungo tempo desideravo leggere qualcosa di Kent Haruf; la fama di questo scrittore mi incuriosiva parecchio. Non volendo addentrarmi subito nella lettura della Trilogia di Holt, ho pensato che questo romanzo breve potesse essere un buon viatico. Great expectations, dunque, alimentate anche dalla lettura della trama, che mi è sembrata davvero interessante e nuova: non capita spesso di avere come protagonisti degli anziani, e di poter indagare i sentimenti e i moti dell’animo umano legati all’ultima parte della nostra esistenza.

Il primo impatto con il testo non è stato dei migliori, e di sicuro ha inficiato la successiva relazione che ho instaurato con il libro. Diciamo pure che si tratta di un mio limite personale, ma mal sopporto un testo in cui sono assenti le virgolette che isolano le battute. Questo fluire mai interrotto tra narrazione e dialogo mi infastidisce e mi confonde, e troppe volte mi sono dovuta fermare per tornare indietro e rileggere le battute, non capendo da chi fossero state pronunciate… fortuna che la maggior parte dei dialoghi avviene tra due personaggi, altrimenti povera me!

Da questo, passo direttamente al secondo problema che ho riscontrato: sarà per questa assenza di punteggiatura del testo, sarà per il carattere asciutto della prosa di Haruf, non sono mai riuscita a entrare realmente in contatto con i protagonisti della storia. Per tutto il tempo della narrazione mi sono sentita il terzo incomodo, una sorta di silenzioso osservatore che, in piedi, da qualche angolo buio della stanza, ascoltava i dialoghi di Addie e Louis.

Li ho seguiti capitolo dopo capitolo, ma senza provare mai vera empatia. Mi è sembrato di spiarli, non di amarli. E mentre li spiavo e spiavo i loro discorsi, per tutto il tempo della lettura nella mia testa risuonava incessantemente la frase di Henry David Thoreau: “La maggioranza degli uomini vive in quieta disperazione”. È questo che ho respirato nella pagine di questa storia, senza mai imbattermi in grandi sussulti.

Certo, non nego di aver provato una grande emozione, che mi ha portata a commuovermi, in un punto della storia, a un passo dalla fine. Ma si è trattato del pianto della rivolta di fronte a un’egoistica ingiustizia che nega perfino l’unica – e, vista l’età dei protagonisti, forse l’ultima – dolcezza a questa vita di quieta disperazione. Scossa da questo sussulto emozionale, ho sperato in un finale soddisfacente, che però non è arrivato, perché la chiusa del libro mi ha ripiombata in una altrettanto quieta rassegnazione. E qui continua, puntuale, Thoreau: “Ciò che si chiama rassegnazione è disperazione rafforzata”… ma, chissà?, forse è davvero questa l’anima rurale degli States. Forse è in questo iato tra l’aspirazione e il destino, tra la grandezza di un Paese sconfinato e la sua stessa desolazione, che si gioca lo spirito americano. Se siamo davvero l’epoca delle passioni tristi, come ha detto Miguel Benasayag, questo libro diventa di colpo emblematico e intellegibile.

Postilla critica e piuttosto antipatica

Qualcuno mi ha detto che, nel mio valutare il libro, avrei dovuto tenere conto della condizione dell’autore, che lo ha scritto di fretta pur di consegnarlo all’editore, sapendo che gli restava poco tempo da vivere. Qualcuno mi ha detto che avrei dovuto avere maggiore rispetto per questo “testamento” di un uomo che scrive teneramente d’amore sapendo di essere in punto di morte.

Può darsi. Conoscere la vita di uno scrittore ci dice sempre tanto sulla sua opera, ma personalmente lo trovo un corollario, non l’essenza del tutto. Ho amato T. S. Eliot anche prima di sapere che sua moglie era mentalmente instabile, e amo ogni singolo scritto di Shakespeare pur ignorando tanti dettagli certi della sua vita. L’opera, a un certo punto, deve staccarsi dall’autore e diventare del lettore, che deve adottarla, viverla, amarla. E questo processo, mi spiace dirlo, prescinde dall’esistenza del suo creatore.

Leggo, sento, vedo

Non capita spesso, ma stavolta devo dire che il film “Le nostre anime di notte” di Ritesh Batra (USA, 2017) mi è sembrato molto più gradevole del libro. Il merito va indubbiamente ai due protagonisti Robert Redford e Jane Fonda, e non solo perché la loro grandezza attoriale riempie la pellicola dall’inizio alla fine. L

a mia impressione personale è che i due attori abbiano conferito alla storia quell’unico elemento che mi è mancato per poter definire il libro “stupendo”, ovvero sono riusciti a trasmettere calore umano alla vicenda grazie alla loro espressività. Si è ridotto quel distacco da osservatore di cui ho scritto prima, e finalmente Addie e Louis mi sono sembrati emotivamente vicini.

Inoltre, pur seguendo pedissequamente il testo, la pellicola se ne distacca nel tono e nelle atmosfere. Possiede, infatti, per una certa “leggerezza” – una gioiosa levità data soprattutto da Jane Fonda – che conserva fino alla fine, fino a una chiusura che non lascia in bocca l’amaro della rassegnazione, ma piuttosto un sorriso arguto e soffuso di speranza.

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Un pensiero riguardo ““Le nostre anime di notte” di Kent Haruf: una lettura agrodolce

  • 28 dicembre 2017 in 1:39 pm
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    Se non ami la prosa di Haruf, allora non ti avvicinare nemmeno alla trilogia, la cui narrazione a tratti sembra ancora più scientifica e asettica. Horuf come un imparziale giudice osserva da fuori le grandi pene e le piccolissime gioie dei suoi protagonisti. Io mi sono innamorata di lui, del fluire chiaro delle vicende, il suo non ammiccare troppo. L’insensibilità del narratore nei confronti delle passioni dei suoi personaggi, mi ha lasciato molto spazio come lettrice. Questo romanzo mi manca, rimedierò al più presto!

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