“La bambina che amava Tom Gordon” di Stephen King: un romanzo da scoprire

Le Bancarella Blogger questo mese leggono Stephen King. Potrei essere più contenta di così? Non ho mai nascosto il mio debole per questo autore! Il libro che ho scelto è uno di quelli probabilmente meno conosciuti, ovvero “La bambina che amava Tom Gordon” (Sperling). Ho ripescato la mia vecchia edizione – risale al 1999, fateli voi due conti – e adesso dopo una rilettura sono pronta per parlarvene!

TRAMA – La piccola Trisha, nove anni, ha commesso un’imprudenza: stanca di litigi famigliari perfino in gita sui monti Appalachi, ha imboccato un sentiero diverso, finendo per smarrirsi nella foresta. All’inizio l’aiutano l’istinto di conservazione e la provvidenziale saggezza dell’infanzia, ma soprattutto l’ascolto, nel suo walkman, delle partite dei Red Sox, la squadra di baseball dove gioca il mitico Tom Gordon, il suo eroe preferito. Poi, però, la sua fiducia comincia a calare: “qualcosa” la insegue e la spia tra gli alberi…

Stephen King non si perde in chiacchiere e ci consegna questo incipit:

Il mondo aveva i denti e in qualsiasi momento ti poteva morsicare. Questo Thisha McFarland scoprì a nove anni. Alle dieci di una mattina dei primi di giugno era sul sedile posteriore della Dodge Caravan di sua madre con addosso la sua maglietta blu dei Red Sox (quella che ha 36 GORDON sulla schiena) a giocare con Mona, la sua bambola. Alle dieci e mezza era persa nel bosco. Alle undici cercava di non essere terrorizzata, cercava di non pensare: Questa è una cosa seria, questa è una cosa molto seria. Cercava di non pensare che certe volte a perdersi nel bosco ci si poteva fare anche molto male. Certe volte si moriva.

Dritto in faccia come uno schiaffo. Thisha si perde nel bosco e rimane da sola già a pagina 20 e sola ci rimarrà in quel bosco per tutto il resto del libro (ovvero, altre 280 pagine). Sola, per modo di dire, ovviamente.

Uno dei commenti che ho letto su “La bambina chiamata Tom Gordon” è stato: “Noioso”. Potrei pure comprendere che un libro senza dialoghi e senza una vera e propria trama possa risultare “noioso”, ma a chi lo giudica in questo modo vorrei provare a far capire la maestria che si cela dietra un romanzo del genere.

King ha preso un bosco, (I boschi sono sempre pieni di tutte quelle cose che non ti piacciono, di tutte le cose di cui hai paura e che ti fanno ribrezzo per istinto), una bambina di nove anni con una passione per il baseball e ci ha costruito una storia di terrore. Sì, perché, sebbene Trisha sia continuamente osservata e inseguita dalla “cosa speciale”, sarà con se stessa e con le sue paure a dover fare i conti, tenendo il lettore sempre con il fiato sospeso, incapace di determinare se ce la farà o meno.

E l’autore non si risparmia. Descrive tutti i dolori fisici della piccola, i morsi della fame, scene di sopravvivenza che fanno ribrezzo, momenti reali che si sovrappongono fino a confondersi nell’oblio delle allucinazioni.

Dopo qualche giorno nel bosco, senza cibo a sufficienza e con le energie sempre più scarse, “la lucidità della mente comincia ad appannarsi. La percezione comincia a restringersi e ad acquisire un acume perverso”. A volte è il tuo corpo ad agire, incurante di quello che dice la mente, altre è il tuo cervello a giocarti dei brutti scherzi. Anche se quel rumore di ramo spezzato sembrava maledettamente vero. Anche se quel cerchio intorno a lei, qualcuno (o qualcosa) deve averlo scavato.

Il mondo aveva i denti e con quei denti poteva morsicarti in qualsiasi momento. Ormai lo aveva imparato. Aveva solo nove anni, ma lo sapeva, e pensava di poterlo accettare. 

Sarà Tom Gordon a guidarla, saranno le battute scambiate con una “voce gelida” che arriva da dentro a sorreggerla, saranno allucinazioni terribili a scandire i momenti di veglia e di sonno. Saranno i ricordi del padre, della madre, del fratello, della migliore amica a darle, a tratti, un po’ di conforto.

Fino al finale, quello in cui la consapevolezza di sé raggiunge l’apice, quel momento in cui lasci che il sangue nelle vene diventi ghiaccio, sposti il peso del corpo all’indietro e scrivi la parola fine. Game Over.

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