“Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood: una distopia splendida e terribile

Non mi capitava di leggere un romanzo distopico così potente e ben scritto da molto, molto tempo. “Il racconto dell’ancella” di Margaret Atwood (Ponte alle Grazie) merita davvero un posto di rilievo tra i grandi classici della letteratura sci-fi dei totalitarismi!

TRAMA: In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un dovere da compiere nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che, dopo la catastrofe, sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione.

Il passato di questo futuro somiglia incredibilmente al nostro presente. Forse è questo uno dei motivi per cui “Il racconto dell’ancella” riesce a creare una tensione che ti incatena per tutto il tempo della lettura. O forse è la vicinanza di questo io narrante che sembra sussurrarti un segreto nascosto all’orecchio. O la sua femminilità che riesce a essere mutilata ed esplosiva allo stesso tempo. O la scrittura così immaginifica – la definirei quasi caleidoscopica – della Atwood, che ha inoltre il merito di aver scritto non oggi, ma nel 1985.

Più probabilmente è il mix perfetto di questi elementi a renderlo così affascinante, perché questa è la cifra di quei libri che diventano classici. E alle volte, per essere davvero dei grandi classici, non occorre far nulla di eclatante; alle volte basta inscriversi correttamente sul sentiero del canone di genere, innovando all’interno della tradizione con misura ed eleganza.

Le distopie affondano sempre le loro radici su una base di paure realmente percepite dalle società che le generano. Ciò che spaventa de “Il racconto dell’ancella” è l’impressione generale che il sovvertimento che porta al colpo di stato e al regime religioso di Galaad sia stato rapidissimo. Come se una società sonnolenta e stanca – che, attenzione!, è in pratica la nostra – da un giorno all’altro si fosse svegliata in un nuovo Medioevo, dove le donne devono esclusivamente assolvere al “loro destino biologico”, non possono leggere, lavorare o giocare. Tutto è gerarchizzato, controllato e rigorosamente diviso in caste.

Nulla può sfuggire all’Occhio del regime e ogni deviazione contro l’ordine o la natura è crudelmente punita. Lo smarrimento è evidente anche nel racconto di Difred, che spesso viene quasi travolta dai ricordi della vita “com’era prima”. Alle volte il suo tentativo di non dimenticare e le forti pressioni emotive cui è sottoposta giocano brutti scherzi: è allora che il velo tra presente e passato diventa sottilissimo e la memoria si fonde con le percezioni del presente, creando un mix narrativo di grande impatto.

Commuove vedere come qualcosa di semplice e “normale” possa assumere enorme importanza in chi non lo ha più, creando uno struggimento infinito perfino per il banale. Non mancano le osservazioni critiche da parte della protagonista:

Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come non sapere, ti ci devi mettere di buona volontà. Nulla muta istantaneamente.

L’atmosfera silenziosa e pacata, i ritmi di vita lenti e riflessivi della nuova nazione, le giornate scandite dal suono delle campane e dalle incombenze domestiche, le ancelle che camminano a due a due, rosse su questo sfondo anonimo e incolore, e le mogli che sferruzzano a maglia o curano i fiori del giardino… tutto questo scenario finto-pastorale diventa sempre più intollerabile, perché fa risaltare l’estrema crudeltà e la violenza del sistema: lo stupro razionalizzato come sistema di sopravvivenza, la prigionia elevata al rango di sacrificio per l’umanità, la maternità negata spacciata come dono. Il tutto presentato come una liberazione della donna dai pericoli che le imponeva la precedente società libera. La Atwood riassume i due mondi con efficacia incredibile:

Ora camminiamo per la stessa strada, a due a due, vestite di rosso, e nessun uomo ci grida oscenità, ci parla, ci tocca. Nessuno fischia. Esiste più di un genere di libertà, diceva Zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso ci viene data la libertà da.

La società distopica nasce da un errato e deviato tentativo di instaurare un ordine migliore, ma, come accade dosando alcune erbe medicinali, non sempre il confine tra la guarigione e la morte è così netto. Accettare questo stato di cose comporta sempre una massiccia dose di cinismo:

“Abbiamo le statistiche di quell’epoca. Sai di che cosa si lamentavano di più? Dell’incapacità di provare dei sentimenti. Avevano perso ogni interesse per il sesso e per il matrimonio. […] Noi abbiamo pensato di poter fare meglio”.
“Meglio?”, ho mormorato con un filo di voce. Come poteva crederlo?
“Meglio non significa mai il meglio per tutti”, ha detto. “Ma sempre, per alcuni, significa il peggio”.

Una delle caratteristiche più interessanti questo libro è proprio l’aspetto cangiante che assume ogni realtà. Tutto è ribaltabile, tutto può essere visto da un punto e dal suo opposto: in questo contesto, anche l’uomo, che sembrerebbe padrone di questo giocattolo forgiato su misura per il controllo, non se la passa poi tanto bene. Essere circondato da un consesso di donne rese mute non lo sottrae mai al giudizio del loro sguardo:

“Però, che inferno essere un uomo, in quel modo. Dev’essere bello. Dev’essere un inferno. Dev’essere un deserto”.

Si possono trovare davvero mille spunti di discussione nella trama de “Il racconto dell’ancella”: la parte attiva delle donne nella creazione di questo mondo contro le donne, la tematica del corpo, l’impero della parola che si afferma annullando (basti pensare al “nome” delle ancelle, che non sono più se stesse, ma diventano “Di- qualcuno”).

Di certo val la pena di sottolineare la bellezza della scrittura della Atwood. “Il racconto dell’ancella” è vivo, colorato, rapido ed efficace. Per ogni stato d’animo, per ogni ricordo c’è un’immagine che si crea, ben delineata e potente. Il ritmo narrativo segue la percezione del tempo: lento e opprimente nei pomeriggi infiniti di Difred distesa a guardare il soffitto, oppure spezzato, incalzante, à bout de souffle, quando l’emozione prende il sopravvento, come in quest’ultimo brano che vi riporto per darvi un piccolo assaggio:

“Ti prego, sta’ zitta, ma come può capire? È troppo piccola, è troppo tardi, ci separiamo, mi trattengono per le braccia, i contorni si oscurano e non rimane altro che una piccola finestra, una finestra molto piccola, come il lato sbagliato del cannocchiale, come lo sportello di un vecchio cartoncino di Natale, notte e ghiaccio di fuori, e all’interno una candela, un albero che brilla, una famiglia; sento persino le campane di una slitta, dalla radio viene una vecchia musica, ma attraverso questa finestra vedo, minuscola ma molto chiara, attraverso fli alberi che già stanno cambiando colore, diventando rossi e gialli, l’immagine di lei che tende le braccia verso di me, mentre la portano via”.

Leggo, Sento, Vedo

(***per gli amanti delle serie tv… con qualche spoiler!***)

“Il racconto dell’ancella” è stata la serie tv dell’anno, e posso dire che la trasposizione è davvero eccellente.  Certo, qualche concessione “scenica” è stata fatta: il Comandante del libro non ha certo la “figaggine” di Joseph Fiennes, altrimenti non si spiegherebbe il dubbio di Difred, che nel libro si chiede se il suo compito sarebbe più facile se lui fosse più attraente.

E anche la Moglie del Comandante nella serie è giovane e di una bellezza dolente, che la rende più simpatica allo spettatore di quanto non lo sia al lettore. Si è scelto inoltre di estremizzare alcuni personaggi, come Janine, che nel libro non è sfregiata e soprattutto non vive la tragedia amorosa e materna che si vede nella serie (sebbene ne viva altre).

Completamente inventata, poi, la trama che riguarda Luke, il marito di June (l’ancella, che però nel libro non ha un nome) e il finale della storia di Moira. Tuttavia, in generale, gli sceneggiatori hanno saputo rispettare il testo e coglierne i significati più profondi. Bravissima Elisabeth Moss nei panni dell’ancella. Splendida la fotografia, che fa risaltare i colori delle donne su uno sfondo livido e asciutto.

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