“Tutto questo ti darò” di Dolores Redondo: un thriller ben congegnato, con protagonisti molto interessanti

Dopo aver finito “Tutto questo ti darò” di Dolores Redondo (DeA), ma a essere sincera anche durante la lettura, ho sempre avuto in testa un aggettivo, che probabilmente vi suonerà strano da attribuire a un romanzo, ma io ve lo dico lo stesso: elegante. Si può definire un libro “elegante”? Non lo so, ma la scrittura della Redondo mi restituisce non solo bellezza, ma anche una dose di fascino legata a un certo tipo di portamento. La stessa che ho attribuito a Manuel, il protagonista di questo romanzo: sono certa che, anche nei momenti più bui, conservasse un’innata eleganza e un’aura che lo faceva distinguere in mezzo alla folla.

TRAMA . Quando una coppia di agenti in divisa bussa alla sua porta, Manuel, scrittore di successo impegnato nella stesura del prossimo bestseller, intuisce all’istante che qualcosa di grave deve essere accaduto ad Álvaro, l’uomo che ama e al quale è sposato da anni. E infatti il corpo senza vita del marito è stato ritrovato al volante della sua auto, inspiegabilmente uscita di strada tra le vigne e i paesaggi scoscesi della Galizia, a chilometri di distanza dal luogo in cui Álvaro avrebbe dovuto trovarsi al momento dell’incidente. Sconvolto, Manuel parte per identificare la salma ma, giunto a destinazione, si ritrova presto invischiato in un intrico di menzogne, segreti e omissioni che ruota attorno alla ricca e arrogante famiglia d’origine del marito. Con l’aiuto di Nogueira, poliziotto in pensione dal carattere ruvido, e di Padre Lucas, il prete locale amico d’infanzia di Álvaro, Manuel indaga sulle molte ombre nel passato dei Muñiz de Dávila e sulla vita segreta dell’uomo che si era illuso di conoscere quanto se stesso.

“Tutto questo ti darò” mi è piaciuto molto. Ho apprezzato ogni singolo passaggio del libro, in cui nulla è stato lasciato al caso. Ho camminato fianco a fianco a Manuel, ho vissuto le sue emozioni, ho guardato il paesaggio insieme a lui, cogliendone colori, suoni e odori, ho sentito il suo dolore ma ho anche scorto l’arrivo di un sorriso.

La Redondo consegna al lettore, con questo libro, dei personaggi incredibili e, diciamolo, per quanto uno si possa affezionare a Manuel, al tenente Nogueira e a padre Lucas, alla fine, la parte “diabolica” di questo romanzo è senza dubbio quella più interessante. No, che non faccio nomi, tranquilli!

Quando Manuel, scrittore di bestseller, viene avvisato della morte del marito Álvaro è convinto di conoscere l’uomo con cui aveva condiviso gli ultimi 15 anni della sua vita. Ma indagando sul suo incidente, ha scoperchiato delle verità terribili che lo hanno portato a dubitare dell’uomo che amava. Chi era davvero Álvaro? Perché gli aveva nascosto così tante cose sulla sua famiglia? Manuel fa bene ad ascoltare quello che gli viene detto, o farebbe meglio a seguire la sua voce interiore?

Manuel a un certo punto parla di sé e del marito con estrema lucidità: “Aveva delegato ad Álvaro la sua porzione di realtà, quella che spetta a ogni essere umano, e lui si era accollato quelle di entrambi, l’aveva protetto, l’aveva messo in salvo come se fosse un genio o un ritardato”. Manuel si era talmente abbandonato a suo marito da non concepire una vita senza di lui.

Eppure, da punto debole si trasformerà in punto di forza, andando alla ricerca della verità su una serie di morti che non sono state per nulla accidentali, anzi. Nella tenuta dei Muñiz de Dávila ogni mossa è stata premeditata e compiuta in attesa di raggiungere un determinato fine. Chi non ha giocato a queste regole, ha pagato con la vita.

Un thriller anche psicologico, con dentro tante storie, tanti pezzi di vita, che si incastrano, si mescolano, creando nuovi affetti, altre perdite, qualche sconfitta e finalmente un po’ di pace.

La Redondo ha inserito nel romanzo anche dei riferimenti alla letteratura e al mestiere di scrittore. Mi piace la franchezza con cui ha parlato dell’approccio alla scrittura, giocando a prendere in giro alcuni stereotipi, e allo stesso tempo sottolineando che sì, bastano due risme di carta e un pacco di penne, ma non solo quello.

«Se posso essere felice, perché mai dovrei soffrire per scrivere?».

«Perché sarebbe la verità».

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