“Un colpo all’altezza del cuore” di Margherita Oggero: il mio è un deciso “no, grazie”

Ebbene sì. Mi sono lasciata fuorviare da una copertina e da un titolo. Fuorviare perché “Un colpo all’altezza del cuore” di Margherita Oggero (Mondadori) non mi è piaciuto per niente.

Essendo astuta come una volpe, ho capito solo dopo aver iniziato a leggere il libro che la protagonista della Oggero è poi finita sul piccolo schermo interpretata dalla Pivetti in “Provaci ancora prof!”, una di quelle serie di cui, anche se non hai mai visto nemmeno una puntata, sai la trama a memoria dato che mandano a ripetizione la pubblicità. Per non parlare delle repliche, trasmesse soprattutto nei pomeriggi d’estate in cui fai zapping disperato non trovando nulla di decente da vedere.

Non so come sia la fiction, ma dopo aver letto il libro vi posso dire che non continuerò la serie.

TRAMA – A Torino, quella mattina, fa un freddo cane e c’è aria di neve. Mentre sta andando a scuola, senza quasi aver tempo di capire cosa accade, la prof Camilla Baudino si ritrova testimone di un brutale regolamento di conti: all’incrocio tra due centralissime vie della città una moto si affianca a un’auto e con un colpo di pistola il centauro uccide il conducente della macchina, per poi sparire nel traffico. Pochi minuti dopo, ad accorrere sulla scena del delitto per dirigere le indagini arriva l’unico poliziotto da cui Camilla avrebbe desiderato tenersi alla larga: il commissario Gaetano Berardi. Sono trascorsi quasi tre anni da quando Gaetano e Camilla si sono incontrati l’ultima volta, ma il tempo – che a lui ha regalato qualche affascinante ruga in più, mentre a lei la pungente inquietudine per un matrimonio un po’ appannato e le scaramucce con una figlia nella piena adolescenza – sembra non aver sopito del tutto un’attrazione pericolosamente vicina a trasformarsi in amore. Poche ore più tardi, anche la giornata della giovane dottoressa Francesca Gariglio è destinata a prendere una piega inusuale. La polizia rinviene il cadavere di un pensionato, massacrato con una spranga: è un suo ex paziente, uno dei tanti di cui Francesca si prende cura lavorando nelle corsie dell’ospedale di Chivasso, cittadina che fino a quel momento aveva ritenuto sin troppo tranquilla…

Di solito non mi piace parlare male dei libri, ma non saprei come fare altrimenti, in questo caso. Non mi è piaciuto lo stile, non mi è piaciuta la storia, non mi sono piaciuti i personaggi, non mi è piaciuta la trama.

Il linguaggio l’ho trovato forzatamente formale: io sono la prima sostenitrice del partito “ma parla come mangi!”, però qui mi è sembrato un po’ troppo radicalizzato. Per non parlare dei luoghi comuni o delle frasi fatte: “hai la coscienza più sporca di un cesso di stazione”, “si sentono furbi perché si sono fatti i soldi”, “il mondo è fatto storto”, solo per citarne qualcuno.

Ho quasi detestato i dialoghi tra Camilla e Livietta: ci può stare che la figlia adolescente abbia un momento di ribellione, ma di certo se ti continua a rispondere in un certo modo l’unica risposta è darle una sberla, non continuarla a chiamare “stronzetta” mentre porti il cane a fare i bisogni. E poi, quando si caccia nei guai, non la punisci nemmeno? Mi pare un tantino strano…

Anche i carabinieri e i poliziotti a volte ostentano un linguaggio volgare che mi ha fatto storcere il naso. Non perché sono una puritana o perché non penso che non si lascino scappare mai una parolaccia o un’imprecazione, ma quando sono gratuite non mi piacciono. E poi sinceramente non credo che si rivolgano con certi toni durante gli interrogatori (specie se parlano con un’84enne).

A proposito di quelli (perché c’era altro nel libro?), mi sono chiesta: perché nei dialoghi a volte ci sono le virgolette e a volte no? Si comincia con le frasi normali e poi a briglia sciolta. Ma perchè? Come se non bastasse, in caserma o in commissariato, c’è sempre qualcuno che viene interrogato (rima non voluta, giuro!). Capitolo dopo capitolo, ammettiamo che sembra sempre la stessa solfa. Io a un certo punto ho pure sovrapposto le scene, anche perché l’autrice non mi ha aiutato: non ha mai descritto un ambiente, una stanza, nulla. Non confondersi è un’impresa.

Un’altra caratteristica dell’autrice è il passaggio continuo dalla terza alla prima persona. Mi spiego meglio: si inizia con la terza persona scrivendo cosa sta facendo il personaggio per poi essere investiti dal suo flusso di pensieri. Sicuramente un tratto distintivo, ma anche in questo caso, devo dire che non mi ha consentito una lettura piacevole o agevole.

Ah comunque ci sono due omicidi. Ma anche lì, la storia è stata tirata così per le lunghe che manco mi ha incuriosito sapere chi fosse stato. Peccato perché poteva essere sicuramente sviluppata meglio e resa molto più interessante con un ritmo più serrato, tagliando molte scene. Come diciamo in Sicilia: delusione ci fu!

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2 pensieri riguardo ““Un colpo all’altezza del cuore” di Margherita Oggero: il mio è un deciso “no, grazie”

  • 5 luglio 2017 in 6:58 pm
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    Il cambio di POV 😤😤😤. Non so se ho la sensibilità adatta.

    Risposta

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